RUBAVO, MA SOLO UN PO'


Mercoledì 6 gennaio 2010 – Anno 2 – n° 4
RUBAVO, MA SOLO UN PO'

Evochi Gambadilegno e viene fuori tutta la banda. Ieri sul Pompiere della Sera si autoriabilitavano i meglio pregiudicati di Tangentopoli, da Forlani a Pomicino, da Di Donato a Greganti. Intanto il Riformatorio riesumava Carlo Tognoli, già sindaco
della Milano da bere. A suo avviso, Tangentopoli fu una “campagna d’odio” dei “media dei poteri forti”. E le tangenti, che triplicarono i costi della metropolitana
milanese? “Tutte balle”. Sarà dura: infatti la linea 3 della Mm costò 192 miliardi a km contro i 45 di quella di Amburgo. Il quadruplo. Tognoli nega persino che il
governo Craxi abbia raddoppiato il debito pubblico (“non è vero, iniziò ad aumentare solo dopo il 1992”): in realtà, dal 1984 all’87, balzò da 400 mila a 1 milione
di miliardi e il rapporto debito-Pil passò dal 70 al 92%. Fra le “balle” della “campagna d’odio”, Tognoli infila pure le tangenti: “Rappresentavano il 2, massimo 3% sul totale”. Ecco: per lo statista ambrosiano rubare il 3% su appalti da centinaia di miliardi è come non rubare. È la modica quantità di mazzette per uso
personale. Viene in mente quella ragazza “incinta, ma solo un po’”. Teoria interessante: autorizza chiunque a introdursi in casa Tognoli e a portar via solo il
televisore, lo stereo e qualche quadro, ma senza superare il 3% degli arredi. Il noto galantuomo rivela pure di essere stato assolto: dimentica la condanna
definitiva a 3 anni e 3 mesi per ricettazione al processo Aem. “Io – dice – non sono un ladro e sfido chiunque a dimostrare il contrario”: infatti era un ricettatore.
Prendeva il pizzo sulle tangenti che gli amministratori delle municipalizzate incassavano dagli imprenditori. Augusto Scacchi, dg dell’Aem, racconta di “ave re
erogato al Tognoli fra l’86 e l’89 somme compendio di accordi corruttivi pari a 350 milioni, sempre in contanti, nello studio privato di via Olmetto 8/A. Denaro proveniente dalle elargizioni fatte a favore dell’Aem” dai costruttori che vincevano gli appalti”. Idem col Pio Albergo Trivulzio, come racconta il tognoliano Mario Chiesa: “Ho portato soldi a Tognoli e lui non mi ha mai detto: ‘Cosa sono? Non li prendo’”. Scrivono i giudici: “Chiesa asserisce di aver corrisposto al Tognoli dall’84 all’87 nello studio di via Olmetto 500 milioni in contanti”. Tognoli non pagava nemmeno i francobolli per scrivere agli elettori: provvedeva il suo ex autista Matteo Carriera. Già barelliere, promosso commissario dell’Ipab, Carriera racconta di avergli “elargito francobolli per 24 milioni nelle campagne elettorali del 1980 e ’84. Informato della mancanza di denari per affrancare le lettere di presentazione della candidatura, Carriera ricevette mandato ad acquistarli coi mezzi economici a disposizione”: i soldi dell’Ipa b, cioè dei contribuenti. Pure Sergio Radaelli, consigliere socialista Atm, confessa di aver girato a Tognoli e Pillitteri una tangente da 500 milioni del costruttore Romagnoli per l’appalto del nuovo Palasport, nonché quelle sui parcheggi di Italia ‘90 e sulla nuova sede Atm: “Non v’era necessità che io spiegassi a Tognoli la provenienza del denaro, anzi non ci dicevamo proprio nulla: tutti sapevamo come stavano le cose e ognuno recitava il suo copione”. I giudici concludono che Tognoli svolgeva “il ruolo di esattore di parte delle tangenti elargite dalle imprese… prassi delinquenziale protrattasi per oltre un decennio e fonte di irreparabili pregiudizi alla cosa pubblica, alla politica, all’economia di mercato” e alla “cittadinanza, su cui si sono funestamente riversati i costi sociali dell’a bituale pratica tangentizia”. Condanna confermata in appello
(tranne il capitolo Aem) e in Cassazione. Oggi lo statista è presidente dell’Istituto per la scienza dell’amministrazione pubblica. E Lottizia Moratti, in
attesa di dedicargli una via o un monumento equestre, sta per promuoverlo a presidente della Metropolitana. Così Carletto potrà tornare sul luogo del delitto. Si
attende con ansia il ritorno di Chiesa al Pio Albergo Trivulzio

I FATTI SEPARATI DA PIGI


Martedì 5 gennaio 2010 – Anno 2 – n° 3
I FATTI SEPARATI DA PIGI

Dopo la brillante intervista di un’intera pagina a Checco Zalone, anziché concentrarsi sul filone demenziale che fa proprio il caso suo, Pigi Battista
è tornato ad avventurarsi sul terreno impervio della politica e della giustizia: per informare i lettori del Pompiere della Sera che Craxi “è stato un grande del
socialismo europeo”, “bandiera del riformismo”, campione della “sinistra liberale e libertaria” nonché della “nuova modernità soffocata dal dirigismo statalista” (de v’e s s e re per questo che gestiva le Partecipazioni statali come il cortile di casa e si oppose a tutte le privatizzazioni, dalla Sme in giù). Ma la notizia più sensazionale è che – scrive Battista – Craxi “fu l’unico leader politico condannato
perché non poteva non sapere”. Naturalmente non è vero niente. Anche perché fu lo stesso Craxi a dire alla Camera, il 3 luglio 1992, che sapeva: “Buona parte del
finanziamento pubblico è irregolare o illegale” (ma non spiegò perché non l’aveva mai denunciato e si guardò bene dal mettersi a disposizione della magistratura). Chissà dov’era quel giorno Battista. Craxi poi fece di più: al processo Cusani ammise la sua complicità nella maxitangente Enimont, come del resto gli altri segretari di partito coinvolti. Tranne Forlani, che però non fu creduto dai giudici e venne condannato per finanziamento illecito come i colleghi rei confessi Craxi, La Malfa e Bossi. Era il 17 dicembre 1993 quando Bettino rispose alle domande di Di
Pietro: “Sia il gruppo Ferruzzi, sia la Montedison hanno versato contributi all’amministrazione del partito: da quando non saprei, ma certamente da molti anni e fino alle elezioni del 1992. Ero al corrente della natura non regolare dei finanziamenti ai partiti e al mio partito. L’ho cominciato a capire da quando portavo i pantaloni alla zuava!”. Chissà dov’era, quel giorno, Battista.
Il 7 febbraio 1993 l’architetto Silvano Larini si consegna al pool di Milano dopo mesi di latitanza, finisce a San Vittore e riempie verbali su verbali sul
suo ruolo di pony express delle tangenti sugli appalti della Metropolitana milanese: “Ho raccolto 7-8 miliardi di tangenti sulla Metropolitana e in
buona parte sono finiti personalmente a Craxi. Portavo i soldi al quarto piano di piazza Duomo 19. Ero io a confezionare il pacchetto, utilizzando buste marroncine. A volte le posavo sul tavolo della segretaria, a volte le lasciavo sul tavolo della
camera di riposo di Bettino… Fu lo stesso Craxi a confermarmi l’incarico di provvedere a raccogliere il denaro proveniente dalla Mm… Tutto ciò che prendevo lo portavo sempre nell’ufficio dell’onorevole Craxi e non trattenevo nulla per
me. Era un servizio che io rendevo a Craxi per amicizia e per comune militanza politica”. Di qui la condanna a 4 anni e mezzo più 5 miliardi di lire di
risarcimento. Altro che “non poteva non sapere”: Craxi non solo sapeva, ma intascava
personalmente quei miliardi che Larini depositava sul suo letto e che poi finivano sui conti svizzeri di Bettino. Il 31 dicembre l’ha ricordato anche il Corriere, in un articolo di Luigi Ferrarella. Chissà dov'era, quel giorno, Battista. Forse non legge nemmeno il giornale su cui scrive. Anche perché, se lo leggesse, non potrebbe scrivere certe corbellerie. E’ la sua personale versione del principio “i fatti separati dalle opinioni”: non legge i fatti per non disturbare le sue opinioni.
Ps. In una memorabile lettera alla Stampa, Stefania Craxi, donna nota per il suo equilibrio, schiuma di rabbia per un eccellente articolo di Michele Brambilla sulla Milano da bere e lo attribuisce a un complotto della Fiat che “non gradisce la forte
eredità craxiana che c’è nel Popolo della libertà”. Che ingrata: dimentica che l’allora presidente della Fiat Cesare Romiti fu condannato per una tangente
di 5 miliardi a Craxi. Ma papà non le diceva proprio niente? Davvero la Craxina, alla sua veneranda età, sensa ancora che le mazzette le portasse la
cicogna?

UN PELLEGRINO A PALAZZO


Domenica 3 gennaio 2010 – Anno 2 – n° 2
UN PELLEGRINO A PALAZZO

Con ‘sta pioggia e con ‘sto vento, chi è che bussa al suo convento? Bartolo Pellegrino, già vicepresidente della Regione Sicilia e assessore della giunta Cuffaro, ex socialista, ora leader di “Nuova Sicilia” (per distinguerla da quella vecchia), celebre per una telefonata intercettata in cui dipingeva un tizio che aveva parlato coi carabinieri come uno che “fa l’infame con gli sbirri”, poi arrestato a Palermo per concorso esterno in mafia e corruzione, infine assolto
dalla prima accusa e salvato dalla prescrizione per la seconda, ma sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di firma perché “soggetto pericoloso”. Lo statista
trapanese ha fatto una capatina ad Arcore per gli auguri di fine anno al premier convalescente. Ma la Presidenza del Consiglio precisa sdegnata: “Non è assolutamente
vero che il presidente Berlusconi abbia ricevuto l’onorevole Pellegrino”: il suddetto “si è recato ad Arcore, ha chiesto di incontrare il presidente Berlusconi,
che però era impegnato e non l’ha ricevuto. Pellegrino non è nemmeno entrato nella residenza”. Ecco. Non che il capo del governo ritenga sconveniente ricevere un
sorvegliato speciale: era semplicemente in altre faccende affaccendato e possiamo immaginare quali (che avete capito: era al centro commerciale a comprarsi
una faccia nuova). Non abbiamo motivo di dubitare della versione di Palazzo Chigi. Sia per la proverbiale sincerità del premier, che mai mentirebbe al Paese. Sia perché
Pellegrino è sprovvisto dei requisiti minimi per accedere alla reggia: infatti è stato assolto dall’accusa di mafia, dunque è inaffidabile. Fosse stato condannato in
tribunale come Dell’Utri, l’avrebbero fatto entrare. Ma per gli assolti non c’è posto: c’è un limite a tutto, perdìo. Chissà cos’è saltato in mente a un politico navigato come il povero Bartolo di lasciare il sole della Sicilia e percorrere 2mila chilometri per sfidare le brume e le nevi della Brianza, presentarsi a sorpresa al cancello di Arcore, suonare il campanello e vedersi respingere, insalutato ospite, dallo sgarbato padrone di casa. Forse, sopravvalutandosi, aveva pensato: se lì ha risieduto per due anni un mafioso camuffato da stalliere, un posticino lo troveranno anche per me. O contava di mescolarsi all’incessante pellegrinaggio di pregiudicati, inquisiti, papponi ed escort che tradizionalmente allieta le residenze presidenziali. O pensava che aver definito “sbirri” i carabinieri e “i n fa m i ” quelli che ci parlano gli valesse la fama di eroe già tributata dal premier
all’impavido Mangano. O si era lasciato illudere dal clima festoso che in Lombardia circonda Craxi e i suoi cari accusati di tangenti: non che pensasse di meritare
addirittura una strada, una piazza, un giardino, ma in un tetto e in un pasto caldo ci sperava. Invece niente. Quando l’usciere gli ha chiesto la parola d’o rd i n e
(“Quante condanne, figliolo?”), ha allargato desolatamente le braccia: “Nessuna, per la mafia mi hanno assolto. Però ho una prescrizione per corruzione e un obbligo di firma”. E l’altro: “Eh, dotto’, dicono tutti così. Sapesse quanti prescritti vorrebbero entrare. Spiacente, ma senza condanne non si va da nessuna par te”. Respinto con foglio di via come un clandestino e costretto a dormire all’addiaccio come un terremotato. Resta da capire perché il piccolo fiammiferaio abbia
dichiarato ai carabinieri (pardon, agli sbirri) del suo paese e di Arcore di essere in missione per portare gli auguri al Presidente, se nemmeno l’aveva avvertito.
Forse ci teneva tanto a visitare comunque la ridente località brianzola, piena di attrazioni turistiche e ricca di capolavori d’arte. O forse voleva evitare la figuraccia. O magari nella tenuta è riuscito a entrare davvero, ma dalla porta di servizio, accolto segretamente da James Bondi che l’ha poi ricoverato nelle scuderie travestito da stalliere. Al Cavaliere, quando l’ha scoperto, è parso di tornare bambino: l’ha persino perdonato per quella brutta assoluzione.

CAPO DANNO


Sabato 2 gennaio 2010 – Anno 2 – n° 1
CAPO DANNO

Concittadini italiani, signore e signori, autorità, guaglio’: se volete arrivare svegli alla mezzanotte vi consiglio di munirvi di un thermos di caffè bello carico, perché questo è il messaggio più palloso dei miei messaggi pallosi di
Capodanno. Se dipendeva da me, ne facevo un altro, anzi l’avevo pure scritto e provato allo specchio: era venuto ‘na bellezza, ispirato alla lettera di Totò e
Peppino alla malafemmina. Ma poi i miei consiglieri han detto che suonava allusivo ai festini di villa Certosa e palazzo Grazioli. Allora ne ho provato un altro sulla
politica a misura d’uomo, ma quelli han detto che poi Gasparri capiva “a misura Duomo” e Cicchitto m’iscriveva ai mandanti delle Brigate Tartaglia. Così mi
han fatto la solita punturina di camomilla e bromuro, ed ecco quel che è uscito fuori: il solito monito per un dialogo senza pregiudiziali in vista del confronto
costruttivo per le riforme condivise. ‘Na tarantella che non si può più sentire manco al posto del purgante. Che poi non l’ho capito manco io che cacchio vuol
dire riforme condivise: ‘na strunzata rimane ‘na strunzata pure se la dicono in tanti. Ma vallo a spiegare a Massimo. Isso dice che ‘o premier sta sotto processo
e ci ha pure la mafia che s’è rifatta sotto, allora se l’è rifatta sotto e bisogna salvarlo, sennò chillo casca e ci ritocca governare a noi: San Gennaro mio bello, che
disgrazia! Ma se dici “parargli le chiappe” si capisce subito: “riforme condivise” suona meglio. Punturina, e via. ‘A creatura fa i guai e a me mi tocca incollare i
cocci. Chillo fa ‘o mariuolo e io mi prendo i pesci in faccia. Dice: firma ‘o Lodo Anfame. Che non lo sapevo che era ‘na fetenzia? Punturina, e firmo. Bada che è
l’ultima volta, dico. Invece chillo se ne esce con quell’altra munnezza dello Scolo Fiscale, peggio della salmonella. Dice: firma che è l’ultima. Altra punturina.
Mo’ mi mandano quattro chiaviche al prezzo di una: processo breve, Lodo Anfame-bis, impedimento e immunità. E io pago, anzi firmo. Quattro punturine. Tanto, se non firmo, me le rimandano indietro uguali. Tanto vale firmare subito: risparmi fatica e magari quelli del Partito dell’Amore ti lasciano vivo. Mo’ mi fan pure riabilitare quell’altro malamente, ‘o latitante. Dice: preside’, diciamo “esule”, magari qualcuno se lo scorda. Che s’ha da fa’ pe’ campa’. Faccio un lavoro
che non auguro al mio peggiore nemico, manco a Di Pietro: lavoro usurante. Quasi quasi era meglio fare ‘o comunista: vabbuo’, nel ‘56 dovetti benedire i
carrarmati sovietici a Budapest mentre già stavo con gli americani. Ma almeno ogni tanto ti divertivi. Qua ti devi pure giustificare. E non ti puoi prendere manco
un raffreddore, sennò subentra Schifani. Clio non mi parla più: l’altro giorno l’ho beccata al telefono con Veronica a fare certi discorsi sulla crisi di coppia. Pure i
corazzieri mi evitano, anche perché appena attacco con le riforme condivise mi cadono in letargo in blocco, tum!, e non c’è verso di rialzarli. Un giorno ne
ho sorpresi due che si infilavano gli stuzzicadenti fra le palpebre per restare svegli: da quando fu incriminato per vilipendio Grillo che mi chiamava Morfeo, mi
chiamano “Torero Camomillo”. E ci han pure ragione, poveracci: a volte, sentendomi parlare, m’a bbiocco pure io. Appena metto il naso fuori dal Quirinale, la gente mi domanda: ma chi te l’ha fatto fare di firmare ‘o Lodo Anfame? E ‘o Scolo fiscale? Attento a non firmare pure la lista della spesa! E Arsenio Lupin quando lo
riabilitate? Gente che non arriva alla terza settimana, e manco alla prima, ti chiede se la bozza Violante sui poteri del premier e il Senato delle Regioni è roba che si mangia. E tu che fai? Attacchi il disco rotto del dialogo senza pregiudiziali in vista del confronto costruttivo per le riforme condivise. O del confronto
condiviso in vista del dialogo costruttivo per le riforme senza pregiudiziali. O del confronto senza pregiudiziali in vista del dialogo condiviso per le riforme costr…
zzz…zzz…’notte guaglio’…zzz…zzz…

I RAGAZZI DELLO ZOO DI BETTINO (084)


Il Fatto Quotidiano Giovedì 31 dicembre 2009 – Anno 1 – n° 84
I RAGAZZI DELLO ZOO DI BETTINO

Fra le varie balle che circolano su Craxi, la più indecente è quella secondo cui nel 1992-’93 i socialisti erano trincerati nel bunker di Craxi, assediati da toghe rosse e giustizialisti assortiti. La verità è che i primi a scaricare Craxi furono proprio i ragazzi dello zoo di Bettino: quel variopinto caravanserraglio di nani e ballerine, prosseneti e miliardari che si faceva chiamare Partito Socialista. Al
primo scossone i topi fuggirono dalla nave, in linea con la tradizione italiota della fuga da Caporetto descritta da Malaparte ne La rivolta dei santi maledetti: “Fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli
adoratori dell’eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole,i decorati della zona temperata, i giornalisti, fuggivano i Napoleoni degli Stati maggiori... fuggivano tutti in una miserabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di
meschinerie, di fagotti, di egoismo e di suppellettili, tutti fuggivano imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non volevano più combattere e farsi ammazzare per loro”. Claudio Martelli, il delfino, prometteva “r innovamento” per “restituire l’onore ai socialisti”, esaltava “la salutare azione dei giudici di Mani pulite”, strapazzava Craxi per aver rifiutato di “usare la scopa o la spada contro i cor rotti”; “Bettino non lo riconosco più, mi ricorda Salò” (30-9-92); “Ha lasciato che il malcostume si diffondesse e ha risposto in modo improvvido alle inchieste sulla
cor r uzione” (28-11-92). Gianni De Michelis, che Biagi chiamava l’Avanzo di Balera, denunciò “la gestione lacunosa del Psi” e la “scarsa attenzione alla
degenerazione dei partiti” (19-6-92). Rino Formica, che ora delira di complotti internazionali, non aveva dubbi: “Il Psi era pieno di craxini che, non riuscendo a
realizzare il socialismo, cercavano almeno un po’ di b e n e s s e re ” (1-11-92), “Craxi si comporta da stalinista, usa metodi autoritari e dispotici” (11-11-92). Ferocissimo Ottaviano Del Turco: “Non mi stupisco affatto del partito degli affari all’interno del Psi. Ho sempre denunciato quelli che brillano per la luce dei soldi, come Paperon de’ Pa p e ro n i ” (15-5-92); “Craxi non ha messo a
disposizione del partito alcunché. Dei conti esteri non mi disse nulla” (8-11-94). Perfino Paris Dell’Unto, detto er Roscio, sparava a zero: “Craxi non ne azzecca più una. Più che un caso politico, è un problema sanitario” (13-11-93); “Bettino non si rende conto che rischia di eliminare non il Psi, ma cent’anni di storia. La gente non
ne può più di ville al mare, yacht, feste, notti al night e mignotte” (3-5-93). E perfino il cognatissimo Paolo Pillitteri cannoneggiava: “Io la chiamerei Cupola per
rendere l’idea di quel che è successo fra politici e imprenditori a Milano” (3-5-92). Anatemi anche dal cappellano Gianni Baget Bozzo: “Craxi doveva andare a
Milano e chiedere perdono. C'è una questione morale, prima che politica. Nel centenario del Psi bisognava chiedere scusa per le tangenti incassate. Persino il Pci ha dovuto dire: ho sbagliato” (11-9-92). Francesco Forte, reduce dai pellegrinaggi in Somalia, tuonava: “Sono stufo di andare a comprare i giornali e sentirmi dire: ‘Ma questo non è ancora in galera?’. Mi vergogno di essere un
politico, per giunta socialista” (9-7-92). E Giuliano Amato: “Molti nel partito si sono arricchiti: bisognava buttarne via qualcuno” (26-11-92). Intanto Craxi fuggiva
ad Hammamet e Berlusconi fingeva di non conoscerlo: “Io a Craxi non devo nulla” (21-2-94); “Ho sempre riconosciuto il ruolo dei magistrati nella lotta al sistema
perverso della Prima Repubblica. Tv e giornali della Fininvest sono stati sempre in prima linea nel difendere i magistrati e in particolare Di Pietro” (6-12-94). La
migliore resta quella di Bobo Craxi, che a 25 anni era già segretario del Psi milanese per discendenza diretta: “Non mi sono mai considerato craxiano” (10-9-92). Ecco, per i craxiani vale quello che diceva Montanelli dei Savoia:
“Sono come le patate: la parte migliore è sottoterra”.

SAN BOTTINO PATRONO D'ITALIA (083)


"Il Fatto Quotidioano Mercoledi 30 dicembre 2009 – Anno 1 – n° 83"
SAN BOTTINO PATRONO D'ITALIA

Ma sì, in fondo è giusto così. O almeno è comprensibile che i grandi partiti si apprestino a celebrare, con le più alte cariche dello Stato (o di quel che ne resta), Bettino Craxi, pluripregiudicato per corruzione e finanziamento illecito, titolare di conti esteri su cui aveva accumulato tangenti per almeno 150 miliardi di lire, distruttore del più antico partito italiano, il Psi, dopo cent’anni di storia,
morto latitante in Tunisia dove si era rifugiato per sfuggire alle leggi del suo paese, leggi che aveva fatto e violato lui. Il grande statista che, in quattro anni di governo, raddoppiò il debito pubblico portandolo dal 70 al 92% del Pil. Il sincero democratico che riuscì ad allearsi con gentiluomini come Siad Barre e i generali argentini. Dopo dieci anni trascorsi a rimpiangerlo in segreto, per paura degli elettori onesti superstiti, i partiti han capito che è giunta l’ora di celebrarlo alla luce del sole. Il decennale di San Bottino, col contorno di strade e
piazze dedicate, monumenti equestri, targhe commemorative, convegni riabilitatorii, salotti televisivi con lacrima incorporata, lumini votivi, è la grande occasione per i politicanti di tutte le specie: Berlusconi potrà finalmente rivendicare l’eredità craxiana, per troppi anni nascosta dietro il cerone del nuovo che avanza (mentre è il vecchio che è avanzato); D’Alema renderà omaggio una volta per tutte al suo idolo di sempre; il Pdl, riabilitando un vecchio corrotto, riabiliterà anche il suo leader corruttore; il Pd, archiviando come dettagli ininfluenti le ruberie craxiane, legittimerà anche quelle berlusconiane in vista dell’agognato inciucio; le seconde e terze file della prima Repubblica sopravvissute alla Seconda si scaricheranno la coscienza nei confronti differenza che lui si fece beccare e dovette svignarsela,
mentre loro sono ancora tutti lì. In queste riletture del passato, il Cavaliere è maestro: è riuscito addirittura a riabilitare un mafioso sanguinario Vittorio Mangano, issato fra gli ‘e ro i ’ del suo personale Pantheon arcoriano che si sta costruendo come il reverendo Moon. Anche Feltri, che 17 anni fa chiamava Craxi ‘il cinghialone’, ha già fatto pubblica ammenda. Ma non per tutti è così.
Magari sarà un po’ imbarazzante per Napolitano (semprechè sia davvero intenzionato a partecipare alla baracconata) commemorare quel Craxi che, in Parlamento e poi nei famosi fax da Hammamet, lanciò velenose insinuazioni sui finanziamenti delle sue
campagne elettorali, come su quelle di Amato e Del Turco. Forse sarà un po’ imbarazzante anche per D’Alema e Violante, visto che Craxi accumulava dossier
ricattatorii pure sul loro conto. Dovranno riabilitarlo fischiettando e guardando per aria. Del resto chi continua a parlare di ‘esule’ per non dire latitante, di
‘er rori’ per non dire delitti, di ‘finanziamenti non reg istrati’ per non dire tangenti e grassazioni, è capace di tutto. Anche di dire ‘statista’ per non dire ladro. A questo punto però limitarsi a una semplice commemorazione sarebbe riduttivo. Fatto trenta, bisogna avere il coraggio di fare trentuno. Riabilitare Craxi non basta: bisogna proprio beatificarlo. Santificarlo a imperitura memoria. E
nominarlo nuovo patrono d’Italia al posto di san Francesco. Il santo di Assisi ormai stona nel contesto generale: uno che donava agli altri i soldi suoi, figuriamoci. Molto meglio il santo di Hammamet, che rubava i soldi degli altri. Nell’ambito della Grande Riforma, poi, si potrebbe approvare una legge costituzionale per ritoccare la bandiera tricolore, inserendo nel campo bianco un piede di porco stilizzato.
Quanto alla strada da dedicare al compianto statista, una via di Milano è roba da pezzenti. E poi ‘Via Craxi’ ricorda troppo gli slogan del 1992-’93, quando gli italiani, fra le guardie e i ladri, sceglievano ancora le guardie. Se strada
dev’essere, che sia una tangenziale.

IL PANETTONE DELLA LIBERTA' (0082)


(Il Fatto Quotidiano - Anno 1 - Numero 82)
Martedi, 29 Dicembre 2009
IL PANETTONE DELLA LIBERTA'

Il guaio è che a raccontare quest’Italia ridicola agli italiani sono (siamo) i giornalisti italiani, troppo immersi in quest’Italia ridicola per riuscire ad
accorgersi (ci) di quanto è ridicola. Non è un caso se, a notarlo, sono quelli stranieri i quali, oltre a non dipendere a Berlusconi, hanno pure il vantaggio di non essere italiani. Dunque guardano l’Italia con qualche palmo di distacco. Perciò considerano Mr B. una via di mezzo fra un caso comico e un caso clinico. Ora ferve il dibattito sul cinepanettone “Natale a Beverly Hills”, finanziato dal ministero della Cultura per il suo particolare pregio artistico, anzi “d’essai”. Infatti narra le gesta di Aliprando Delle Fregna e di Rocco Passera in un sottile gioco di
chiaroscuri, di dire-non dire. E tutti a scandalizzarsi per i fondi pubblici, anziché per la faccia del ministro che li eroga. Ma l’avete presente Bondi? È quello che si crede un poeta, avendo sciolto un carme a Fabrizio Cicchitto e per restare in tema, sull’ultimo numero di Vanity Fair, un’ode a Grispi e Casper, i suoi due cani: “Vi accontentate di sbadate carezze / I vostri occhi pregano per noi”. Da pelle d’oca. Imbarazzato lui stesso per i contributi ministeriali Christian
De Sica rilascia una pensosa intervista al Corr iere (ormai specializzato nel genere: Pigi Battista ha appena intervistato Checco Zalone, forse per non dover parlare del segreto di Stato sugli spionaggi illegali del Sismi). E lì si avventura in blasfemi paragoni con i film di suo padre e in spericolate analisi sociologiche sul cinepanettone “specchio dell’Italia di oggi”. L’Italia di oggi, per quanto malmessa, è molto meglio di quella che esce dai film di De Sica. Ma chi corre a
vederli lo fa con lo stesso spirito con cui guarda il Grande Fratello e assiste ai dibattiti in Parlamento e a Porta a Porta: per consolarsi alla vista di qualcuno peggiore di lui. Ora si lavora alacremente alla sceneggiatura del prossimo cinepanettone, “Natale ad Arcor Hills”, che andrà in onda a schermi e teleschermi
unificati. Scena I, interno notte: un anziano latrin lover brianzolo con testa bitumata e accappatoio bianco si fa recapitare a domicilio ponti aerei di
escort, veline, meteorine e aspiranti soubrettes minorenni che lo chiamano Papi, ricompensate con farfalline d’oro tempestate di brillanti, ministeri, seggi parlamentari e candidature alle elezioni europee e comunali. Scena II: l’attempato
gagà intona l’inno del suo partito, “Meno male che Silvio c’è”, accompagnato alla chitarra da Apicella, poi allieta la compagnia con vari lungometraggi sui
suoi colloqui con l’amico Bush e l’amico Putin, tentando poi di finirla con alcune storielle sconce già scartate da Neri Parenti perché troppo volgari e da Alvaro Vitali perché troppo vecchie. Scena III: le rare fanciulle sopravvissute al cineforum con barzelletta vengono ammesse all’esclusiva visita guidata nei bagni presidenziali e/o nel lettone di Putin. Scena IV: il pover’ uomo, giudicato molto
malato anche dalla moglie Veronica, dall’ex presidente Ciampi e da plotoni di psichiatri, incontra in piazza Duomo un collega psicolabile che lo centra con un souvenir. Il classico regolamento di conti. Scena V: l’infer mo, amorevolmente assistito dalla badante Bonaiuti al capezzale del San Raffaele e poi di villa San
Martino, inizia a molestare telefonicamente le massime autorità civili, militari e religiose, compresi il capo dello Stato, il Pontefice e don Pierino Gelmini, a sua volta imputato per molestie su una decina di ragazzini e scaricato persino dal
Vaticano. In quella sede, la più indicata, il nonnetto incerottato inizia a parlare come Cicciolina e lancia il Partito dell’Amore. Scena VI: anziché chiamargli
un’ambulanza, la stampa al seguito e il Pd lo prendono sul serio e lo scambiano per un padre costituente. Nasce la Grande Riforma. The end.