24+6=25

Mercoledì 30 marzo 2011 – Anno 3 – n° 75

24+6=25

Immaginiamo che accadrebbe se uno dei profughi che sbarcano a Lampedusa, appena toccato il suolo italiano, andasse incontro alle telecamere e dichiarasse: “Sono l’uomo più imputato della storia dell’universo, ho avuto 2.565 udienze in tribunale e più di mille magistrati si sono già occupati di me”. Verrebbe respinto all’istante in mare come delinquente incallito, o circondato e preso in consegna dalle forze dell’ordine, condotto in cella di isolamento di un carcere di massima sicurezza, guardato a vista giorno e notte da corpi speciali, teste di cuoio e lagunari paracadutati sul posto per l’occasione. Ma si dà il caso che quella frase sia stata pronunciata a Canale 5, in collegamento telefonico con Belpietro, dal presidente del Consiglio, che da anni sbandiera ai quattro venti i suoi processi con lo stesso orgoglio con cui rivendica i trofei del Milan. Tanto, controllando militarmente l’informazione, sa che quel palmarès da far impallidire Al Capone verrà letto come una prova non della sua predisposizione a delinquere, ma della persecuzione giudiziaria ai suoi danni. Anzi per dimostrare di essere tanto perseguitato, vanta tanti processi, molti più di quelli reali. Il guaio è che, complice l’arteriosclerosi, non ricorda mai quanti ne ha inventati la volta precedente. E non riesce più a coordinare le balle che racconta. Per anni ha sostenuto di aver subìto “oltre 100 processi”: l’altroieri – bontà sua – è sceso a “25, di cui 24 conclusi con la mia assoluzione o archiviazione: me ne restano 6”. Ora, se gliene restano 6 e 24 si sono chiusi, il totale è 30, non 25. Ma Belpietro non ha mosso obiezioni. In ogni caso il totale vero è 21. Che, negli ambienti criminali che contano, è un bel numero. Ma ben lontano dal Guinness dell’“uomo più imputato della storia dell’univer so”. Di Pietro, Davigo e Borrelli, quand’erano pm a Milano, subirono a Brescia rispettivamente 54, 36 e 317 procedimenti penali: tutti finiti, quelli sì, in archiviazione o in proscioglimento. Per il semplice motivo che i tre erano innocenti. Diverso il caso di B., che ha un rapporto problematico con l’aritmetica (improbabile che “più di mille magistrati” si siano occupati di lui, visto che quelli penali sono meno di 6 mila sparsi in tutta Italia, mentre lui è stato indagato solo a Milano, Roma, Napoli e Palermo). E pure col diritto, visto che pur essendo laureato in Legge confonde assoluzioni e archiviazioni con amnistie e prescrizioni. Dei 21 procedimenti avviati contro di lui, senza contare inchiestine minori nate da denunce sparse, 5 sono in corso (processi Mediatrade, Mediaset, Mills, Ruby, più l’inchiesta a Firenze sulle stragi del '93) e gli altri 16 si sono chiusi: 4 con l’archiviazione a Roma (caso Saccà, compravendita dei senatori, caso Sanjust, abuso di voli di Stato); 3 con l’assoluzione (per insufficienza di prove sulle tangenti alla Guardia di Finanza e per i fondi neri di Medusa; con formula ampia per l’affare Sme); le altre 9 volte si è accertato che era colpevole, ma l’ha fatta franca. In 2 casi per l’amnistia del 1990 (falsa testimonianza sulla P2 e un falso in bilancio sui terreni di Macherio). In altri 2 per la prescrizione abbreviata dalle attenuanti generiche, notoriamente riservate ai colpevoli (corruzione del giudice del caso Mondadori e fondi neri per 23 miliardi di lire a Craxi). In altri 2 perché lui stesso ha depenalizzato il suo reato (falso in bilancio, processi All Iberian e Sme-Ariosto). In altri 3 perché, con la stessa controriforma del falso in bilancio, ha ridotto le pene e dimezzato i termini di prescrizione (caso Lentini-Milan; falsi contabili Fininvest per gli esercizi 1988-'92; fondi neri Fininvest per 1.500 miliardi di lire su 64 società offshore). Cioè: senza la legge sul falso in bilancio e la ex Cirielli che hanno abolito o prescritto i suoi reati, e senza il lodo Alfano, il lodo Schifani e il legittimo impedimento che hanno sospeso gli altri per anni, oggi B. sarebbe in galera. E potrebbe finalmente coronare il suo sogno: il record mondiale del premier più condannato della storia dell’universo. Sono soddisfazioni.




Bagnetto penale

Martedì 29 marzo 2011 – Anno 3 – n° 74

Bagnetto penale

Uno legge il sito del Corriere: “B. in Tribunale, bagno di folla e ‘nuovo predellino’”. E si fa l’idea che una fiumana di fans abbia risposto alla cartolina precetto dei sottosegretari-badanti Santanchè e Mantovani per scortare il Cainano tra due ali di folla al processo Mediatrade. Poi, per fortuna, il sito del Fatto informa: 49 persone, in parte noti figuranti presi a nolo dal Biscione, hanno accolto il premier all’ingresso del Tribunale e all’uscita erano saliti addirittura a un centinaio. Compresi cronisti, fotografi, cameraman, curiosi e uomini della scorta che avvolgevano l’ometto con un modello portatile di giubbotto antiproiettile, anzi antisputo. E lui sul predellino a salutare i fotografi e i passanti. Più che un bagno di folla, un bagno penale. Anzi, un bagnetto. Non male, per uno che vanta una popolarità del 110 per cento. La verità è che si sta rapidamente estinguendo: evapora pezzo dopo pezzo. Sarà per quel malaugurato 17° anniversario della prima vittoria elettorale (28 marzo ‘94), ma non gliene va bene una. In famiglia l’hanno interdetto. Al governo è commissariato da Tremonti, Bossi, Maroni e La Russa. Alla Camera è ostaggio di Romano, Pionati e Scilipoti. Chiunque passi nei suoi dintorni è colto da sfighe bibliche. Persino Maldini, il calciatore, è finito a giudizio per corruzione. E la Merkel, che dire della povera Merkel? Sabato Frattini Dry sostiene di “avere delle idee” e per dimostrarlo annuncia a Repubblica un “piano italo-tedesco” per la Libia. Un’idea come un’altra, per carità. Il guaio è che la Germania non ne sa nulla: secondo Repubblica, “il piano Frattini imbarazza i tedeschi”. Anzi, “li spiazza”. Perché, molto semplicemente, non sono stati avvertiti. Infatti fanno sapere che loro parlano “con tutti i partner inter nazionali”. L’asse Roma-Berlino (Tokyo ha abbastanza guai per conto suo) è un’invenzione di F.F.: un asse del water (da cui gli “imbarazzi” di stomaco tedeschi). Ma basta la nomination frattiniana per condannare la Merkel a una disfatta elettorale mai vista. Pare che ora la cancelliera abbia pregato il governo italiano di non citarla mai più, se non per dichiarare guerra alla Germania. È gelosa di Sarkozy che – da quando B. e gli house organ bombardano la Francia e Ferrara minaccia di sganciarsi su Parigi come arma batteriologica – si sta riscattando in Libia: la rivolta con le bandiere francesi va a gonfie vele, anche perché B. sta di nuovo con Gheddafi. Terrore invece a Lampedusa: si mormora che, non bastando i disastri combinati da Maroni e Frattini Dry, voglia occuparsene direttamente B. Che, nell’attesa, manda avanti la Michela Vittoria Brambilla per lanciare dalle colonne del Giornale “un ultimatum alla Tunisia”: “Basta sbarchi”. Già ci pare di sentire la risposta dei tunisini terrorizzati: “Se no?”. Se no – avverte la triglia salmonata – “si arresterà qualunque tipo di promozione del turismo in Tunisia da parte nostra”. Mecojoni, se dice a Roma. Anche il Giornale di Olindo Sallusti dà il suo contributo: rivela che i profughi sono “clandestini radical chic” e “griffati”: uno porta “il cappellino Adidas” e in un servizio di Annozero si scorge addirittura “un paio di scarpe che potrebbero essere Nike”. Ergo, bando alle ciance: questi sono ricchi sfondati (e pure “poligami”, denuncia la Maglie), ma si travestono da disperati per dar noia al governo. Dunque – spiega sempre il Giornale di zio Tibia – “la strada non può che essere quella che aveva ispirato la proposta fatta da Berlusconi, Bossi e dallo stesso Tremonti anni fa”. Una proposta preveggente, visto che fu lanciata “anni fa”, prima delle rivolte in Nordafrica: “Destinare una quota dell’Iva, via volontariato, per aiutare’ chi viene da quei paesi, ma ‘in casa loro’. . .”. In una parola: “Sussidiarietà inter nazionale”. Nessuno sa che diavolo significhi “destinare una quota dell’Iva via volontariato”, ma fa lo stesso. A Lampedusa c’è la guerra civile e il governo fa la supercazzola.

Il vuoto frattiniano

Domenica 27 marzo 2011 – Anno 3 – n° 73

Il vuoto frattiniano

Aristotele sosteneva che il vuoto non esiste, perché la natura lo aborrisce (“horror vacui”) e corre a riempirlo di materia. Ma nel ‘600 Evangelista Torricelli lo smentì con il celebre esperimento del tubo pieno di mercurio con un’estremità aperta e infilata in una vasca anch’essa piena di mercurio. Ma solo perché non era ancora nato Franco Frattini. Altrimenti Torricelli si sarebbe risparmiato tanta fatica e la scienza tanti secoli di estenuanti diatribe. Da anni ormai il volto di Frattini Dry, espressivo quanto un termosifone spento, viene usato come prova vivente (si fa per dire) del vuoto torricelliano nelle scuole che, a causa dei tagli, non possono permettersi tubi e vasche di mercurio. Figurarsi lo stupore del mondo accademico e pure diplomatico, nell’apprendere dalla viva (si fa sempre per dire) voce del ministro degli Esteri che egli ha “delle idee”. L’ha rivelato l’altroieri, quando Francia e Gran Bretagna hanno annunciato un’iniziativa a due sulla Libia in vista della riunione Nato di martedì, scordandosi di invitarlo: “Anche l’Italia ha le sue idee e le sue proposte e le farà valere nelle sedi opportune discutendole con i nostri par tner”. Il guaio è che i “nostri partner”, ammesso e non concesso che noi abbiamo “idee” e financo “proposte”, non paiono interessati ad ascoltarle né tantomeno a discuterle. Si accontentino del baciamano di B. a Gheddafi. Resta da capire quali siano le “sedi opportune” in cui l’inutile Frattini potrà “farle valere”. Forse le nevi della Val Badia, dov’è un apprezzato maestro di sci. O forse gli atolli dei Caraibi, dov’è solito abbronzare la fronte inutilmente spaziosa con l’ausilio di unguenti Coppertone durante le più acute crisi internazionali. La notizia che il pelo superfluo del governo italiano “ha delle idee” ha seminato sgomento nelle cancellerie, abituate a considerarlo – come rivela Wikileaks – “un fattor ino”: ora di B., ora di Putin, ora di Gheddafi. Lo stesso Frattini Dry è rimasto sconvolto dalla propria rivelazione, non avendo mai sospettato neppure lui di “avere delle idee”. La politica estera (si fa ancora per dire) dell’Italia l’aveva sempre fatta B. Ma ora che il Cainano s’è improvvisamente eclissato, in attesa di capire chi vince fra Gheddafi e i ribelli, la stampa che di solito snobbava F.F., anzi lo trapassava proprio come fosse trasparente, ha cominciato a notarlo, ad avvicinarglisi e a porgli addirittura delle domande. Così, purtroppo, lo sventurato risponde. Ma, non essendo abituato, dà fiato alla bocca emettendo suoni sconnessi che nessuno può pretendere rispondano ai normali criteri della coerenza. Un giorno addita Gheddafi a “esempio” di democrazia e riformismo. Un altro invita l’Europa a “non interferire in Libia, non siamo noi a dire chi deve restare e chi se ne deve andare”. Poi all’improvviso intima: “La comunità internazionale è coesa sul principio che Gheddafi se ne deve andare”. Perciò i “par tner” fanno a meno delle sue idee: per evitare la labirintite. Anche B. non lo regge più: “Sono Frattini e La Russa che mi hanno trascinato in guerra”, si sfoga furente prima di chiudersi nel più impenetrabile silenzio. Intanto i suoi giornali tifano per Gheddafi e Il Giornale di Olindo Sallusti distribuisce addirittura il Libretto Verde alla modica cifra di 2,80 euro. Ma F.F. spiega così l’afasia di B.: “Il premier tace perché condivide il mio lavoro”. Strano: di solito, se uno condivide il lavoro di un altro, si congratula. Invece B. adotta il silenzio-assenso, piuttosto insolito per uno che non tace neanche quando dorme. Ma al fattorino piace crederlo. Ed escogita un’altra idea geniale: 1.500 euro a ogni profugo che se ne va: Bossi gliela fulmina con una pernacchia. Intanto Frattini Dry, insieme con Maroni, riappare a Tunisi accanto a Tarak Ben Ammar: i due fanno di sì col capino mentre il vecchio socio di B. dà loro la linea. Tutto è finalmente chiaro: il vero ministro degli Esteri italiano è lui. Aveva ragione Aristotele, il vuoto non esiste. Appena compare Frattini, arriva Tarak e lo riempie.

Maglie larghe

Sabato 26 marzo 2011 – Anno 3 – n° 72

Maglie larghe

Per raccontare l'Italia dell'ultimo ventennio, gli storici del futuro non potranno evitare un capitolo sulla stampa berlusconiana. Cioè alla corrente dadaista del giornalismo italiano rappresentata da Giornale, Libero, Panorama e TgLingua che, pur avari di notizie vere, regalano da anni al Paese grandi momenti di ilarità, buonumore e spensieratezza. Ieri, per esempio, Sallusti titolava in prima pagina: “Benzina più cara? Colpa di Nanni Moretti & C”.Al primo assembrarsi di infermieri sotto la sede del Giornale, qualcuno nota che anche a Libero c'è bisogno urgente di cure. Infatti pure Belpietro titola: “Ci tassano la benzina per pagare i filmetti”. Anche lui ce l'ha col governo che ritocca lievemente le accise per finanziare la guerra di Libia e rinnovare il contratto alle forze dell'ordine; qualche spicciolo andrà anche a ridurre i tagli alla tutela dei beni archeologici, ai musei, ai teatri, agli enti lirici, al Fondo unico per lo spettacolo, alla Biennale e a Cinecittà-Luce. Naturalmente “i filmetti” non c'entrano nulla, tantomeno Moretti che non ha mai chiesto un euro al Ministero e di solito i finanziamenti se li trova all'estero. Ma –si chiederanno gli storici del futuro– i giornali di destra non erano tenuti a verificare le notizie prima di darle? C'era forse una legge che li esentava dal farlo? No, si sono semplicemente garantiti un'ampia franchigia che consente loro di sparare la prima cazzata che passa per la testa, nell'assoluta certezza che nessuno ci fa più caso. Non solo non sono tenuti a scrivere cose vere, ma nemmeno verosimili. Un po' come Aldo Biscardi che, querelato dall'associazione arbitri, si difese così: “Lo sanno tutti che le cose che diciamo al Processo del Lunedì sono poco credibili”. Alla fine fu assolto con la decisiva motivazione che era “troppo poco credibile per poter diffamare qualcuno”. Un'altra caposcuola del surrealismo giornalistico è Maria Giovanna Maglie. Lei gli articoli non li digita al computer: li crivella con raffiche di kalashnikov. L'altroieri, in un delicato editoriale dal titolo “Il fronte di Lampedusa. Ora rischiamo l'invasione dei poligami”, spiega su Libero che a Genova “un macellaio marocchino vuole che gli autorizziamo la terza moglie” e “non sarebbe una scandalosa novità: in Italia ospitiamo graziosamente già 15 mila poligami ufficiali con relative famiglie, conseguenti costi sociali, devastante degrado della nostra civiltà”. Volete mettere, per dire, quei bei monogami italianissimi che sgozzano la moglie (per fortuna unica) tra le quattro mura di casa o molestano le figlie al calduccio del focolare domestico? Ora però, avverte la leggiadra editorialista, “provate a immaginare la stessa prepotente pretesa moltiplicata per la folla che da Lampedusa ci sta occupando e invadendo”. Un poligamo oggi, un poligamo domani e “allora sì che saremo minoranza schiacciata e reietta”, a meno che non si faccia tosto una legge per negare “il permesso di soggiorno a chi non rinuncia alla poligamia”. Com'è noto, i disperati che sbarcano mezzi morti a Lampedusa sono sceicchi travestiti da straccioni che nascondono sotto i cenci un harem di almeno cinque mogli per ciascuno. L'altro giorno il Giornale titolava a tutta prima pagina: “Il golpe dei ma gistrati” e, oltre a pubblicare le loro mail private, attribuiva loro cose mai scritte né pensate. Ieri uno di quei magistrati, additato come “golpista” solo per aver invitato i colleghi che lavorano al ministero a dimettersi, ha inviato una rettifica che è uscita senza una parola di replica. Evabbè, abbiamo dato del golpista a un giudice che non c'entrava nulla, che sarà mai. Zio Tibia, senza volerlo si capisce,ha anticipato Vauro e Vincino riportando in edicola il Male. Il mitico foglio satirico, nel '78, diffuse false prime pagine di Stampa, Corriere, Giorno e Paese Sera: “Clamoroso arresto di Ugo Tognazzi”, “E' il capo delle Br”, “Anche Vianello nella direzione strategica”. Se lo facesse oggi col Giornale, nessuno noterebbe la differenza.

De Magistris assolto avvertite Ferrara

Venerdì 25 marzo 2011 – Anno 3 – n° 71

De Magistris assolto avvertite Ferrara

L'assoluzione di Luigi De Magistris a Salerno dall’accusa di abuso d’ufficio, peraltro prevedibile vista la fumosità del caso, è una notizia come tante e meriterebbe, in un paese normale, poche righe in cronaca. Invece in Italia è quasi un affare di Stato e come tale va trattata. Ai nemici interni di De Magistris nell’Idv non era parso vero di sfruttare il suo rinvio a giudizio per intimargli di farsi da parte e accusarlo di incoerenza perché non lo faceva. E questo giornale scrisse che De Magistris avrebbe fatto bene ad autosospendersi dal partito, com’è buona regola per i rinviati a giudizio: oggi che è stato assolto, la sua posizione sarebbe uscita ancor più forte. Ma non è questo il punto. Qualche giorno fa una delle indagini da lui avviate a Catanzaro, detta “Toghe lucane”, è stata archiviata dal gip su richiesta del nuovo pm che l’aveva ereditata dopo il suo trasferimento forzato a Napoli da parte del Csm. Anche quella era una normale notizia: capita che certe indagini vengano archiviate e altre vadano a giudizio: i processi si fanno apposta per sapere se uno è colpevole o innocente. L’anomalia, semmai, è che De Magistris si fosse visto scippare tutti i fascicoli prima di portarli a termine: “Poseidone” glielo sfilò il suo capo; “Why Not” glielo levò il Pg (ora indagato per corruzione giudiziaria); “Toghe lucane” glielo fregarono il Csm e Alfano, trasferendolo in anticipo a Napoli proprio mentre scriveva la richiesta di rinvio a giudizio. Ora, siccome De Magistris non ha potuto portare davanti al gip nessuna delle sue tre indagini, quel che è accaduto dopo non compete più a lui, ma ai successori. I quali, per Why Not e Poseidone, hanno ottenuto ora condanne, ora rinvii a giudizio, ora assoluzioni, ora archiviazioni. Per Toghe lucane, tutto in archivio. Un fatto fisiologico. Invece Corr iere, Riformatorio, Giornale, Libero e Ferrara si scatenano contro De Magistris, che dovrebbe pentirsi non si sa di che, scusarsi non si sa con chi, “pa gare” non si sa che. Una tesi da malati di mente: se l’imputato viene assolto, non vuol dire solo che l’imputato è innocente, ma pure che il pm è colpevole. Naturalmente non vale sempre, ma solo quando il pm è sgradito a lor signori. Ferrara è come il suo datore di lavoro: lavora ad personam. Infatti ieri s’è ben guardato dal parlare dell’assoluzione di De Magistris e dal chiedere severe punizioni per i pm che l’avevano indagato. Né oggi lo faranno Pompiere, Riformatorio, Giornale e Libero. I quali, del resto, non hanno mai sostenuto che i pm di Brescia che hanno aperto 90 indagini su Di Pietro e gli altri pm di Mani Pulite senza strappare non dico una condanna, ma uno straccio di rinvio a giudizio, fossero degl’incapaci politicizzati da punire. Eppure molte di quelle indagini erano davvero fondate sul nulla (le denunce degl’imputati). Come lo era quella di Salerno contro De Magistris (nata dalle denunce in serie di un commerciante che accusava i pm di Lecce, Potenza e Catanzaro di avercela con lui). Quelle di De Magistris invece non nascevano dai deliri di un querelomane o dai rancori di un imputato, ma da fatti gravi e oggettivi: le ruberie accertate dalla Corte dei conti sui depuratori mai costruiti in Calabria (Poseidone), le manovre di una super-lobby per arraffare fondi pubblici (Why Not), le collusioni di vari magistrati (Toghe lucane) con politici e potenti del luogo denunciate a Catanzaro da ben quattro magistrati potentini (Woodcock, Iannuzzi, Pavese e Montemurro). Tutti fatti su cui De Magistris era obbligato a indagare. Indagò bene o male? Non lo sapremo mai. Sia perché gli hanno impedito di arrivare in fondo. Sia perché, se anche ci fosse arrivato e avesse ottenuto condanne, Ferrara&C. avrebbero detto che i condannati erano innocenti. Perché l’innocenza e la colpevolezza non la decide il giudice. La decidono loro. È la riforma epocale della Giustizia.

Adulti con riserva

Giovedì 24 marzo 2011 – Anno 3 – n° 70

Adulti con riserva

E' bello e importante sapere che il capo dello Stato, almeno lui, è perplesso se un indagato diventa ministro. Per anni chi si azzardava a chiedere la separazione delle carriere fra politici e inquisiti passava per giustizialista. Ora, nel club, entra di diritto anche Napolitano. Che l’altroieri, quando B. gli ha preannunciato l’intenzione di nominare ministro Saverio Romano, ex Udc folgorato sulla via di Arcore, da anni sotto inchiesta a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e per corruzione aggravata dalla mafia, ha chiamato i magistrati per saperne di più. E ha appreso, come hanno scritto Il Fatto e pochi altri giornali liberi (escluso dunque il Tg1), quanto segue: dell’indagine per mafia il pm ha chiesto l’archiviazione, ma il gip ha preso tempo per approfondire; quella per corruzione aggravata (la presunta spartizione del tesoro di Vito Ciancimino fra alcuni politici siciliani, compreso Romano) è tuttora in corso. A quel punto c’era da attendersi che il presidente pregasse B. di proporgli un altro ministro, possibilmente intonso da accuse. L’articolo 92 della Costituzione, infatti, assegna a lui e non al premier la nomina dei ministri e pure quella del premier: “Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i ministr i”. Forte di questo articolo, nell’aprile ‘92 Scalfaro rifiutò di mandare Craxi a Palazzo Chigi sol perché girava voce che il pool di Milano gli girasse intorno dopo l’arresto di Chiesa e altri manager Psi: così toccò ad Amato. Lo stesso Scalfaro, nel ‘94, rifiutò di nominare Previti ministro della Giustizia, sebbene non fosse neppure indagato: ma era l’avvocato di B., in palese conflitto d’interessi. Ciampi, nel 2001, fece lo stesso quando B. gli propose come Guardasigilli il pregiudicato Maroni (resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale). Altri tempi, altri presidenti. Due anni fa Napolitano incaricò B. sebbene imputato per corruzione giudiziaria, appropriazione indebita, falso in bilancio e frode fiscale: non c’era nemmeno bisogno di “assumere informazioni” sul suo conto, lo scrivevano e lo sapevano tutti. Poi nominò ministri due noti pregiudicati (Bossi alle Riforme e Maroni addirittura all’Interno), due noti imputati (Matteoli e Fitto), più il sottosegretario Brancher. Poi Brancher divenne ministro del Federalismo: Napolitano firmò la nomina, brindò con lui, poi però fece trapelare il suo imbarazzo per il “pastrocchio”, anzi la “pa gliacciata”, anzi il “gioco delle tre carte”. E, appena Brancher usò la nuova carica per far saltare il suo processo col legittimo impedimento, Napolitano che aveva firmato la nomina e il legittimo impedimento disse che lui non poteva usarlo. B. sì, Brancher no. Ora ci risiamo. Romano giura nelle mani di Napolitano. Seguono firma e brindisi. Poi, mentre il neoministro rincasa tutto giulivo con moglie e pargolo, gli casca in testa il comunicato del Quirinale: Napolitano ha “ritenuto necessario assumere informazioni sullo stato del procedimento a suo carico per gravi imputazioni”, poi “ha proceduto alla nomina non ravvisando impedimenti giuridico-formali”, ma “ha auspicato che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l’effettiva posizione del ministro”. Ora, l’abbiamo visto, non è necessario alcun “impedimento giuridico-for male” per non nominare un ministro: basta un conflitto d’interessi o una questione di opportunità, figurarsi due indagini per mafia e corruzione. Uno può infischiarsene e firmare lo stesso, oppure rifiutare la nomina. Napolitano ha scelto la terza via: ha firmato e poi s’è dissociato da se stesso. Un tempo c’erano i film “adulti con riserva”. Ora abbiamo i “ministri con riser va”. Un po’ come B. che bombarda Gheddafi, ma poi si dice addolorato. Romano non l’ha presa bene: ma come, sulla mafia ha una richiesta di archiviazione e sulla corruzione solo un’indagine, mica un processo come B. Ora si attende con ansia un comunicato del Quirinale per raccomandare all’imputato B. di “chiarire” le sue “gravi imputazioni”.

Non avrai altro nano

Mercoledì 23 marzo 2011 – Anno 3 – n° 69

Non avrai altro nano

I pacifisti di destra sono uno spettacolo impagabile. Meglio della foca ammaestrata che palleggia col muso. Ce la mettono tutta, poveretti, per nobilitare la loro battaglia contro l’intervento in Libia per compiacere B., scavalcato da Sarkozy, da Cameron, dai danesi e dal primo che si sveglia la mattina. Ma, essendo nuovi del mestiere, i guerrafondai travestiti da Gandhi non trovano proprio le parole. Come tutti i neofiti, mancano dei fondamentali. Talvolta, sentendosi parlare, scappa da ridere anche a loro. Ferrara, Feltri, Belpietro, Sallusti, Allam, Ostellino e le due vedove inconsolabili di Craxi, Boniver&Maglie. In questi dieci anni si son bevuti di tutto senza un plissè: le palle sulle armi di distruzione di massa, sull’alleanza Saddam-Bin Laden, sulla “guerra al terrorismo” e l’“esportazione della democrazia” e sulla “missione di pace” a Baghdad e Kabul. Han digerito di tutto, senza neanche un ruttino: le torture di Abu Ghraib, gli arresti illegali a Guantanamo, le bombe al fosforo su Falluja, le stragi di centinaia di migliaia di civili. Ora, all’improvviso, in prodigiosa coincidenza con la bottega di B., fremono di sdegno per qualche raid sulla Libia. Ferrara rimpiange “il guerrafondaio Bush”, altro che il mollaccione di Obama. Gli sfugge che in Iraq gli anglo-americani se la son data a gambe e in Afghanistan i talebani sono più forti di prima. Poi definisce l’operazione Libia “politicamente dubbia e ambigua” dovuta all’“attivismo sconsiderato” di Sarkozy: ma lo stesso si può dire di dieci anni di inutili massacri in Iraq e Afghanistan per soddisfare l’invidia del pene di un minus habens come George W. La Maglie, esperta di esteri e note spese, osserva che “Gheddafi con l’islam civettava ma dei fondamentalismi era avver sario”: già, esattamente come Saddam. Feltri è contro i raid perché “Gheddafi ce la farà pagare con azioni terroristiche”. Oh bella, è quel che è accaduto a Londra e Madrid proprio a causa della “guerra al terrorismo” di Bush-Blair-B.: ma chi diceva che era meglio starsene a casa era accusato di “subire il ricatto dei terroristi”, anzi di essere amico loro. Magdi Cristiano Allam scrive sul Giornale che “a vincere saranno gli integralisti islamici... l’opposto dei proclami ufficiali di Sarkozy e Obama”. Ma va? Non è quel che è accaduto dopo dieci anni di esportazione della democrazia tra gli applausi di Magdi, di Cristiano e di Allam? Belpietro e Sallusti han tentato, all’inizio, di parlar d’altro (mercoledì titolavano: “Bocchino inguaiato dalla moglie” e “La moglie sbugiarda Bocchino”). Poi han dovuto rassegnarsi a parlare della Libia, facendo lo slalom parallelo con B. Un’escalation impagabile. Il Giornale: “Via alle bombe su Gheddafi”, “Costretti alla guer ra”, “Fate in fretta”, “L’Italia si blinda”, “L’Italia bombarda la Francia”. Libero: “Ci mancava solo la guerra al beduino”, “Bombe e affari loschi”, “A loro il petrolio, a noi i clandestini”. Ostellino, quello che minimizzava financo le torture di Abu Ghraib, domanda “che senso ha intervenire contro il ‘tiranno’ Gheddafi dopo averlo sostenuto a lungo?”, senza precisare chi l’ha sostenuto a lungo né spiegare che senso avesse intervenire contro Saddam dopo averlo sostenuto a lungo. E s’indigna perché “in Libia sì e in altre parti del mondo, dove si sono consumati autentici genocidi, no”, insomma è “un’iniziativa para-coloniale all’insegna d’interessi nazionali accuratamente celati all’opinione pubblica”: le stesse cose si potevano dire per l’Iraq, ma lui se ne guardava bene. Il più tenero è Sallusti che, anche nell’epocale crisi nordafricana, bada al sodo: il padrone. Quel nanerottolo di Sarkozy voleva oscurarlo, “prenderci per i fondelli”, “fare il furbo” e papparsi “petrolio, gas e affari”. Ma “non è facile mettere Berlusconi alla porta... quella vecchia volpe ha fiutato una brutta aria”, “fatto terra bruciata” e “circondato Sarkozy”. “Poche ore e l’Italia ha ripreso in mano la situazione” perché, avverte zio Tibia, “il futuro della Libia è soprattutto affare nostro”. Che si sappia: non avrai altro nano all’infuori di lui.