BERTOLDO, BERTOLDINO E BERTOLASO


Martedì 23 febbraio 2010 – Anno 2 – n° 45
BERTOLDO, BERTOLDINO E BERTOLASO


Mentre tutto frana e i tappi saltano, ci restano due o tre certezze, due o tre punti fermi a cui appigliarci. E dobbiamo ancora una volta ringraziare il Pompiere della Sera per averceli regalati. Il primo è il nepotismo. Pensavate che fosse na cosa brutta? Nossignori. L’ambasciatore Romano indossa la feluca e sentenzia: “Vi sono occasioni e circostanze in cui la scelta di un uomo o di una donna non dipende soltanto dal loro profilo professionale, ma anche dal clima di sintonia, affinità culturale e fiducia reciproca che occorre sul luogo di lavoro. Nella diplomazia e nella politica… La trasmissione di un mestiere da una generazione a un’altra non è soltanto nepotismo”. Evviva: ritorna la legge salica, la trasmissione delle cariche di padre in figlio. Wow, come siamo moderni! La seconda certezza è Bertolaso specializzato, più che nel nepotismo, nel cognatismo. Nonostante tutto ciò che emerge ogni giorno a suo carico (anche dalle cronache del Corr iere), è già tornato in odore di santità. Fior da fiore dal severo ritratto di Fabrizio Roncone. “Nervi di ferro”. “Forza d’animo”. “Il comandante”. “Occhi di ghiaccio”, e questo “non è un altro stupido modo di dire”. Anzi. Davanti a San Guido, il cronista innamorato scopre pure “dosi di innegabile astuzia dialettica” e “una calma che può venire solo dal talento e dal mestiere”. “R a s s i c u ra n t e ”. “Lucido, da subito”. “Sicuro, netto”. “Alla sua posta elettronica scrivono a centinaia”. E poi “un mucchio di sms”, non solo da Anemone. “Il coraggio spavaldo con cui prima indossa un abito grigio davanti alla commissione Ambiente (applaudito da una scolaresca) per dire ‘sono dimissionario, ma resto perché il governo me lo ch i e d e ’; poi, al tramonto, infila il maglioncino blu da battaglia e accetta di essere ospite a Ballarò, dove gli fanno trovare Di Pietro”. Non una massaggiatrice: Di Pietro. “Rischia, e gli va bene. La voce non gli si spezza, tutt’a l t ro ”. Alla fine “molti del pubblico gli chiedono a u t o gra fi ”. Forse anche l’implacabile Floris. “Scena destinata a ripetersi a Matr ix”, dove lo mette all’a n go l o il feroce Lesso Vinci. E la moglie Gloria intanto che fa? “Tace composta”. E le figlie Chiara e Olivia? “Scrivono una commossa lettera”. E lui? “Capisce che è il momento di tornare sull’e l i c o t t e ro ”. E via, verso le nuove catastrofi calabro-sicule contro cui la Protezione civile non ha fatto una mazza, ma lui non c’era, e se c’era dormiva, e se non dormiva lasciava sperperare 300-600 milioni per il G8 fantasma alla Maddalena o per le piscine troppo lunghe per i Mondiali di Nuoto. Infatti la gente gridava evviva. Lui, come sempre: mettendo su la faccia d’uno di cui ci si può fidare”. Se si ha la fortuna di rimanere vivi. Sistemato Bertolaso, il Pompiere si dedica al “principe tronista”, al secolo Emanuele Filiberto di Savoia, che in pochi mesi è riuscito a trasformare gli ultimi monarchici in sfegatati repubblicani e, in un solo Festival, a sputtanare quel che resta della cultura di destra con la partecipazione straordinaria di Pupo e Lippi. Un trust di cervelli. Del nobiluomo si occupa Aldo Cazzullo, altra penna acuminata. “Piace a una vasta platea degli italiani”. Del resto “nutrire sentimenti negativi per lui è davvero difficile”. “Bello, educato, sempre sorridente anche sotto i fischi”. Ecco: non è una paresi, è un sorriso. “Pettinato da cristiano e vestito da manager: camicia bianca, giacca e cravatta, però con risvolti tricolori”. “Se Umberto non riconobbe mai la Repubblica, se Vittorio Emanuele pasticciò con parole contraddittorie, il giovane principe non si è mai posto il problema”. Che non conosca la differenza fra Monarchia e Repubblica? No, è che “si è gettato nello star system battendo prima la strada della politica”. Nell’Udc. Risultato: 4 mila voti, 0,4%, la prova che piace a una vasta platea. Complice lo spot delle olive, suscita “l’orgoglio emotivo per il paese più antico e bello del mondo”. Tant’è che addirittura “dialoga in eurovisione con Pupo”. Come diceva Montanelli, “i Savoia sono come le patate: la parte migliore è sottoterra”.

ALL YOU NEED IS LAW

Domenica 21 febbraio 2010 – Anno 2 – n° 44
ALL YOU NEED IS LAW


Ci hanno provato, e di questo gli siamo grati. Ma alla fine i legislatori pret à porter del Banana han dovuto arrendersi: è più forte di loro, una legge anti-corruzione non gli viene proprio, esula dalle loro umane possibilità. Mettiamoci nei loro panni: l’a l t ro giorno all’improvviso, dopo una vita spesa a sfornare leggi pro-corruzione, Angelino Jolie e la sua badante, al secolo Niccolò Ghedini, vengono convocati dal capo per una mission impossible: “Ragazzi, stavolta dovete farmi una legge contro la corruzione. No, non sono impazzito, è la gente che è incazzata. Fate voi, mettetecela tutta, leggete qualche libro, ce la potete fare”. Il duo Ad Personam si mette all’opera. Anzitutto consulta il dizionario della lingua italiana, alla voce “anti-cor r uzione”, ma non trova la pagina, a suo tempo strappata per non cadere in tentazione. I due chiedono in giro fra amici e clienti, ma niente da fare: nessuno che li aiuti a decodificare il criptico concetto. Vanno capiti: non s’erano ancora riavuti dalle ultime cinque leggi pro-corruzione - lodo Alfano bis, processo morto, legittimo impedimento, impunità parlamentare e anti-intercettazioni – e quello pretende che vadano contro natura. Come chiedere a Basaglia si riaprire i manicomi e alla Merlin i bordelli. Angy & Nick provano e riprovano, alzano pene di qua, le abbassano di là, infilano tre reati e ne escludono sei (quelli del capo), dividono, sottraggono, aggiungono, estraggono radici quadre, moltiplicano pigreco e alla fine presentano un testicolino che fa ridere perfino il Banana: “Avevo detto anti, non pro!”. Pare che quel buontempone di Ghedini, per combattere meglio la corruzione, avesse pensato di ridurre da 8 a 6 anni la pena massima per la corruzione giudiziaria, guardacaso quella per cui sono imputati il Banana e Mills. E, siccome nelle norme sostanziali vale sempre la più favorevole al reo, la norma avrebbe incenerito all’istante il processo. La forza dell’abitudine. La cosa è parsa eccessiva financo al Banana, che l’ha rinviata in attesa di tempi migliori. Peccato, perché l’a m b a s c i a t o re Romano aveva già indossato la feluca d’ordinanza per prenderla sul serio: “Un buon segnale”, l’ha definita sul Pompiere. Invece Feltri e Ferrara han subito colto l’aspetto eversivo di un’eventuale legge anticorruzione: solo a sentirla nominare, han messo mano alla fondina. Il Giornale l’ha nascosta da par suo (ieri apriva sul traffico urbano, alla Johnny Stecchino), manganellando quel mariuolo di Fini che osa pronunciare la parola “l e g ge ”. Il Foglio chiede al capo se sia diventato matto: “Deputati in rivolta, sgomento per l’ineleggibilità degli inquisiti che consegna le liste ai pm”. Meglio consegnarle ai ladri. L i b e ro , anzi Occupato, è bipartisan: pubblica commenti sia pro sia contro i ladri. Memorabile quello di Pomicino, l’esperto: “Non serve una legge per essere onesti”. E lui, dall’alto del patteggiamento per corruzione e della condanna per finanziamento illecito, ne è la prova vivente. Ma il bello deve ancora venire: il Banana prepara le “liste pulite”. Fuori indagati e condannati, dentro le igieniste dentali. “Via dai partiti chi commette reati”. Esclusi i presenti, si capisce. Pare che abbia cazziato il povero Verdini, beccato a fare un millesimo di quel che ha sempre fatto lui: affari privati con soldi pubblici. E senza neppure avvertirlo per dividere. Ora s’a n nu n c i a un giudizio universale a Palazzo Grazioli. Decine di forzisti hanno smesso di dormire a casa. I primi convolati dovrebbero essere Sciascia e Berruti, condannati l’uno per le tangenti Fininvest alla Finanza, l’altro per aver depistato le indagini: “Ragazzi, ma davvero corrompevate e depistavate a nome mio senza dirmi niente? A saperlo ve l’avrei impedito”. Seguirà Previti: “Cesare, mi dicono che avresti corrotto un giudice con soldi miei per regalarmi la Mondadori: non potevi avvertirmi? L’avrei subito restituita”. L’ultimo, per motivi precauzionali, sarà Dell’Utri: “Marcello, si vocifera di uno stalliere, tale Mangano, in casa mia. Ne sai per caso qualcosa?”.

LETTERA A MICHELE SANTORO

Sabato 20 febbraio 2010 – Anno 2 – n° 43
LETTERA A MICHELE SANTORO


Caro Michele, ho riflettuto su quanto è accaduto giovedì ad A n n o ze ro . E, siccome è accaduto davanti a 4 milioni di persone, te ne parlo in forma pubblica. Parto da una tua frase dell’a l t ra sera: “Parliamo di fatti”. Il punto è proprio questo. Si può ancora parlare di fatti in tv? Sì, a giudicare dagli splendidi servizi di Formigli, Bertazzoni e Bosetti. No, a giudicare dal cosiddetto dibattito in studio, che non è più (da un bel pezzo) un dibattito, ma una battaglia snervante e disperante fra chi tenta di raccontare, analizzare, commentare quel che accade e chi viene apposta per impedirci di farlo e costringerci a parlar d’altro. La maledizione della par condicio, dovuta alla maledizione di Berlusconi, impone la presenza simmetrica di ospiti di destra e di sinistra. E, quando si tratta di politici, pazienza: la loro allergia ai fatti è talmente evidente che il loro gioco lo capiscono tutti. Ma quando, come l’altra sera, ci si confronta fra giornalisti, anzi fra iscritti all’albo dei giornalisti, ogni simmetria è impossibile: quelli “di destra” parlano addosso agli altri e – quando non sanno più che dire – tirano fuori le mie condanne penali (inesistenti) o le mie vacanze con mafiosi o a spese di mafiosi (inesistenti). Da una parte ci sono giornalisti normali, come l’altra sera Gomez e Rangeri, che non fanno sconti né alla destra né alla sinistra; e dall’altra i trombettieri. Che non sono di destra: sono di Berlusconi. E non fanno i giornalisti: recitano un copione, frequentano corsi specialistici in cui s’i m p a ra a fare le faccine e a ripetere ossessivamente le stesse diffamazioni. Invece di contestare i fatti che raccontano, tentano di squalificarti come persona. Poi, a missione compiuta, passano alla cassa a ritirare la paghetta. E, se non si abbassano a sufficienza, vengono redarguiti o scaricati dal padrone. Non hanno una faccia e dunque non temono di perderla. Partono avvantaggiati, possono permettersi qualunque cosa. Non hanno alcun obbligo di verità, serietà, coerenza, buonafede, deontologia. Non temono denunce perché il padrone mette ogni anno a bilancio un fondo spese per risarcire i danni che i suoi sparafucile cagionano a tizio e caio dicendo e scrivendo cose che mai scriverebbero o direbbero se non avessero le spalle coperte. Come diceva Ricucci, che al loro confronto pare Lord Brummel, fanno i froci col culo degli altri. Sguazzano nella merda e godono a trascinarvi le persone pulite per dimostrare che tutto è merda. E ci tocca pure chiamarli colleghi perché il nostro Ordine non s’è mai accorto che fanno un altro mestiere. Ci vorrebbe del tempo per spiegare ogni volta ai telespettatori chi sono questi signori, chi li manda, quali nefandezze perpetrano i loro “gior nali”, perché quando si parla di Bertolaso rispondono sulle mie ferie e soprattutto che cos’è davvero accaduto a proposito delle mie ferie: e cioè che ho documentato su voglioscendere.it di aver pagato il conto fino all’ultimo centesimo e di aver conosciuto un sottufficiale dell’Antimafia prima che fosse arrestato e condannato per favoreggiamento, interrompendo ogni rapporto appena emerse ciò che aveva fatto (i due trombettieri invece dirigono e vicedirigono i giornali di due editori – Giampaolo Angelucci e Paolo Berlusconi, già arrestati due volte ciascuno, il secondo pregiudicato – e non fanno una piega). Ma in tv non c’è tempo per spiegare le cose con calma. E, siccome io una reputazione ce l’ho e vi sono affezionato, non posso più accettare che venga infangata ogni giovedì da simili gentiluomini. Gli amici mi consigliano di infischiarmene, di rispondere con una risata o un’alzata di spalle. Nei primi tempi ci riuscivo. Ora non più: non sai la fatica che ho fatto giovedì a restarmene seduto lì fino alla fine. Forse la mia presenza, per il clima creato da questi signori, sta iventando ingombrante e dunque dannosa per Annozero. Che faccio? Mi appendo al collo le ricevute delle ferie e il casellario giudiziale? Esco dallo studio a fumare una sigaretta ogni volta che mi calunniano? O ti viene un’idea migliore?


SI VERGOGNI, E' INCENSURATO


Venerdì 19 febbraio 2010 – Anno 2 – n° 42
SI VERGOGNI, E' INCENSURATO


Triste dirlo, ma è così: Berlusconi si conferma il politico italiano più sintonizzato col sentire comune. Il suo proverbiale fiuto, misto alle indubitabili doti di pubblicitario, l’ha portato a cogliere immediatamente lo sconquasso che nella pubblica opinione stanno suscitando gli scandali della Corruzione Civile Spa e le mazzette e mazzettine sparse qua e là per l’Italia. Mentre Bersani sta a Sanremo, il Banana annuncia norme più severe anticorruzione e pare voglia addirittura condizionare le candidature in Campania all’immacolatezza della fedina penale. Si tratta – lo sappiamo bene – di spot, fumo negli occhi. Un noto corruttore che approva leggi anticorruzione, se non facesse pura propaganda per nascondere la vergogna della legge anti-intercettazioni prossima ventura, sarebbe un caso di cannibalismo. Ma è significativo che senta l’esigenza di lanciare il segnale. Del resto il Pd gli ha regalato un assist da fuoriclasse, candidando in Campania, regione-simbolo della questione morale anzi immorale, un tre volte imputato. E l’Idv s’è lasciata sfuggire l’occasione di marcare le distanze. Dell’errore di Di Pietro abbiamo già scritto e riscritto. Ma qui il problema è il Pd: possibile che da quel partito non si levi una sola voce di dissenso sulla dissennata candidatura di De Luca? Possibile che siamo tutti d’accordo nel regalare al premier più imputato della storia la battaglia, almeno mediatica, delle “liste pulite”? Il fatto è che questa battaglia, per quanto popolare (altrimenti il Banana non la cavalcherebbe), cade nel più assoluto vuoto mediatico. Spiace citare sempre il Pompiere della Sera, ma non si può farne a meno. Dopo aver linciato Di Pietro per una foto che lo ritraeva a cena, nel 1992, con carabinieri e investigatori incensurati, il quotidiano di via Solferino l’ha molto elogiato per l’appoggio a De Luca, definito “svolta moderata”. Come se la moderazione fosse direttamente proporzionale ai capi d’imputazione. Poi però Di Pietro ha candidato, come capolista dell’Idv in Puglia, un magistrato barese, Lorenzo Nicastro, che aveva addirittura osato indagare sul ministro Fitto (poi rinviato due volte a giudizio da altrettanti gip) e su esponenti del centrosinistra. Anziché felicitarsi perché, dopo tanti ladri, la Puglia rischia di avere un uomo di legge come assessore alla Sanità, il Pompiere ha istruito un processo vagamente staliniano contro il povero pm candidato con l’ex pm. “Davvero lei non prova i m b a ra z z o ? ”, gli ha domandato nell’intervista-terzo grado l’inviato pompieresco, “nemmeno un filo?”, “ci pensi bene”, “a lei che è un giudice sembra morale candidarsi?” (il pezzo si conclude con un decisivo accenno alla “calvizie che lo tormenta inesorabile”). Ecco: se uno candida un imputato o un condannato, è morale. Se uno candida un magistrato, è immorale. Ha detto qualcosa del genere, perdendo un’ottima occasione per tacere, anche l’Anm, che già si era segnalata per un vibrante attacco alla candidatura di De Magistris, peraltro cacciato dalla sua Procura nel silenzio o col plauso della magistratura associata (silente, invece, sulle decine di magistrati, quasi mai dimissionari, che siedono nelle file del Pd, del Pdl e persino dell’Udc). E così, mentre nessuno dice nulla sui 22 pregiudicati che siedono in Parlamento e sugli 80 fra indagati, imputati, condannati in via provvisoria e miracolati dalla prescrizione, si scatena la caccia al magistrato candidato al consiglio regionale. Una cosa orrenda. Il povero Nicastro non credeva ai suoi orecchi, dinanzi a quelle domande: “Io non sono mica un contrabbandiere o uno spacciatore…”, provava a rispondere. Beata ingenuità: se fosse un delinquente, nessuno gli darebbe dell’immorale. Il guaio è che è un uomo di legge, perdipiù incensurato. Dunque si vergogni. Come dice Davigo, gli altri paesi tolgono i diritti civili ai condannati, in Italia vogliono levarli ai magistrati.

IL CANTO DEI GALLI


Giovedì 18 febbraio 2010 – Anno 2 – n° 41
IL CANTO DEI GALLI


Il professor Ernesto Galli della Loggia s’interroga pensoso sul Pompiere della Sera a proposito de “La corruzione e le sue radici”. L’agile trattatello, diversamente dal solito, non è né inutile né dannoso: serve anzi a comprendere come si è ridotta la classe intellettuale italiota, incapace di vedere, capire, spiegare, proporre, elaborare un’idea originale al di fuori del déjà vu, del luogo comune, dell’eter no conformismo. La tesi di fondo è stimolante e soprattutto inedita, almeno per chi non frequenta i bar sport: è tutto un magna magna. “La verità è che è l’Italia la causa della corruzione italiana”, visto che rubano tutti: chi trucca concorsi, chi froda il fisco, chi si fa la casa abusiva, chi raccomanda amici e parenti nei posti pubblici, chi gonfia le tariffe dei servizi. Ma va? “In molti altri paesi – filosofeggia l’acuto pensatore – comportamenti del genere sono severamente sanzionati anche sul piano penale. Da noi no, sono considerati normali. Perché?”. In realtà i suddetti comportamenti sono reato anche in Italia. Ma, non appena un magistrato si azzarda a scoprirli e sanzionarli, indagando, intercettando, arrestando o condannando qualcuno, c’è sempre qualche gallo della loggia o pollo del balcone che si mette a strillare all’invasione di campo della magistratura, alle toghe rosse, ai processi politici, allo scontro fra giustizia e politica, al giustizialismo, alle manette facili, invocando separazioni delle carriere, immunità, lodi Schifani e Alfani. Quando Mastella e signora furono beccati a lottizzare tutto il lottizzabile in Campania, dalle Asl ai canili, fu tutto un coro di “embè? così fan tutti”. Se, come scrive il sagace politologo, “Mani Pulite non ha segnato una svolta”, “è stato tutto inutile”, “la corruzione italiana appare invincibile”, non è certo colpa dei magistrati. A loro spetta scoprire e punire i reati già commessi. Per impedire o almeno ridurre la possibilità che altri se ne commettano, bisogna rendere più severe le sanzioni e più stringenti i controlli. In questi 18 anni s’è fatto l’opposto. Su circa 200 “riforme della giustizia” approvate dal 1992 a oggi, nemmeno una ha reso più difficile o rischiosa la corruzione e più facile la sua scoperta. Anzi, tutto il contrario. Su quale pianeta, in quale galassia ha vissuto Galli della Loggia per tutto questo tempo? Ha mai scritto un rigo contro le leggi che depenalizzavano l’abuso d’ufficio, le false fatture e il falso in bilancio, allungavano i processi e dimezzavano la prescrizione, sbiancavano i fondi neri all’estero, abolivano i processi alle alte cariche specie quella bassa, condonavano frodi fiscali e abusi edilizi? Si sta forse battendo contro il processo breve anzi morto, il legittimo anzi illegittimo impedimento, l’abolizione delle intercettazioni? Ha mai proposto una sola legge anticorruzione? Ora scopre che “le tangenti continuano a girare vorticosamente anche nel privato”: s’è mai accorto che nel 1999 l’Italia siglò la convenzione del Consiglio d’Europa contro la corruzione (che impone di punire pure le tangenti fra privati), ma si è sempre “dimenticata” di ratificarla? Perché dal suo pulpito, o dalla sua loggia, o dal suo balcone, anziché menarcela con la separazione delle carriere o lo scontro fra giustizia e politica, Galli non ha mai lanciato una campagna per sollecitare quella ratifica? Perché un mese fa i mejo commentatori del Pompiere (a parte Magris e Bragantini) si sono associati alla beatificazione di un corrotto latitante come Bottino Craxi e oggi si meravigliano se si continua a rubare? In coda al trattatello, il geniale pennuto invita tutti a “guardare a fondo dentro di noi e dentro la nostra storia”. Basterebbe guardare a fondo quel che scriveva lui nel 1992-’93 quand’era lucido e quel che ha scritto (ma soprattutto non ha scritto) dopo. Anziché scomodare il gene italico, per spiegare la corruzione basta la rassegna stampa dell’ultimo ventennio: è piena zeppa di intellettuali che, anziché smascherare le imposture del potere, gli prestano le parole per nasconderle meglio.

DE LUCA E LA CONDANNA DIMENTICATA

Mercoledì 17 febbraio 2010 – Anno 2 – n° 40
DE LUCA E LA CONDANNA DIMENTICATA


Da quando Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno ed ex deputato Ds, è stato candidato dal Pd e dall’Idv a governatore della Campania nonostante i due rinvii a giudizio per associazione per delinquere, concussione, truffa e falso, si scoprono ogni giorno notizie interessanti. Anzitutto che il candidato del centrosinistra è un estimatore di Bertolaso e di Berlusconi. Del premier ammira “l’autenticità: è esattamente come si presenta, rifiuta ogni doppiezza, lo trovo apprezza bile”, mentre disprezza “le classi dirigenti” del centrosinistra, affette da “doppiezza e ipocrisia”, escluso se stesso s’intende. Non sopporta neppure Grillo, De Magistris e padre Alex Zanotelli, che minaccia financo di denunciare. Si definisce “rappresentante della destra europea”, ma poi scavalca anche quella, minacciando di “prendere a calci nei denti e buttare a mare” gli immigrati irregolari. Insomma, è un inflessibile tutore della legalità, ma solo in casa d’altri. In casa sua è decisamente più elastico. Infatti l’intera famiglia De Luca è nei guai con la giustizia: la moglie Rosa Zampetti è sotto processo per falso e abuso per aver presentato carte taroccate per vincere un concorso di sociologa Asl; e il figlio Piero è sotto inchiesta per reati fiscali a proposito di consulenze legate a due società vicine alle Manifatture Cotoniere Meridionali (al centro di uno dei due processi a De Luca padre). Per strappare l’appoggio di Di Pietro, De Luca s’è impegnato con lui a dimettersi “in caso di condanna”. Ovviamente intendeva condanna di primo grado: in caso di sentenza definitiva le dimissioni sarebbero superflue, visto che per legge i sindaci, i presidenti di Provincia e di Regione condannati per reati contro la Pubblica amministrazione devono lasciare obbligatoriamente la poltrona. Resta da capire come possa dimettersi De Luca se condannato in uno dei due processi, visto che di entrambi si proclama “orgoglioso”. Ne ha addirittura pubblicati gli atti (solo quelli che fan comodo a lui, si capisce: le intercettazioni che la Camera non autorizzò i giudici a usare restano top secret) sul suo sito Internet, a mo’ di “sfida della trasparenza e della moralità”. Ma c’è una notizia che De Luca si guarda bene dal diffondere: una condanna in primo grado l’ha già subìta. La prima condanna di un pubblico amministratore per gli scandali della monnezza in Campania è stata emessa proprio nei confronti suoi e dell’ex sindaco Mario De Biase il 25 giugno 2004 dal giudice Emiliana Ascoli: 4 mesi di reclusione e 12 mila euro di ammenda a De Luca e 6 mesi e 16 mila euro a De Biase per aver violato le norme igienico-sanitarie del decreto Ronchi autorizzando lo sversamento di rifiuti (una montagna di 20 mila tonnellate) in un sito di stoccaggio provvisorio e abusivo a Ostaglio, una piazzola a ridosso della Salerno-Reggio Calabria. Discarica sequestrata dai giudici in quanto “abusiva” e “priva di autorizzazione” dopo che per due giorni e due notti, nell’agosto 2001, aveva preso fuoco avvelenando con una nube tossica l’aria respirata da 50 mila abitanti, mettendo in fuga cittadini e bagnanti e paralizzando il traffico dell’esodo estivo sull’autostrada maledetta. Condanna rimossa da tutti, anche da De Luca, che l’altro giorno ha raccontato al Corr iere di essere stato 16 volte indagato e 16 volte assolto. Strano, visti i tre processi in corso a suo carico. Il 26 gennaio 2010, nel processo di appello per la discarica abusiva, il pg Ennio Bonadies ha comunicato che il reato contestato ai due imputati è prescritto. De Biase ha detto di voler rinunciare alla prescrizione per essere assolto nel merito. De Luca pare di no. Se ne saprà di più il 18 giugno, quando parleranno i difensori degli imputati. Resta da capire cosa aspetti De Luca a pubblicare la sentenza sul sito, per completare “la sfida della trasparenza e della moralità”. O almeno di informarne Di Pietro e di dimettersi all’istante. Perché, come ha detto lui stesso, un condannato in primo grado se ne deve andare. O no?

BERTOLAO MERAVIGLIAO


Martedì 16 febbraio 2010 – Anno 2 – n° 39
BERTOLAO MERAVIGLIAO


Un nuovo genere letterario si afferma sui giornali: il dadaismo informativo. Prendete il Geniale di Feltri. Delle migliaia di carte e intercettazioni dell’inchiesta giudiziaria se ne frega: ha già deciso, ipse Littorio dixit, che “Bertolaso non c’e n t ra ”. Chi lo dice? “Una controinchiesta dei nostri eccellenti cronisti investigativi Chiocci e Malpica chiarisce ogni dubbio. Mette il cuore in pace e restituisce fiducia in un uomo diventato simbolo di efficienza e tempestività del gover no”. Le intercettazioni? “Ingannevoli per d e fi n i z i o n e ”. Ciò che conta sono Chiocci e Malpica, mica bruscolini. Ai giudici non resta che “prender ne atto riconoscendo, si spera, di aver agito con troppa d i s i nvo l t u ra ”. Tutte balle anche gli allegri festini al centro benessere sulla Salaria documentati dalle telefonate: nient’altro che “una onesta lavoratrice specialista nella rivitalizzazione di muscolature ingrippate, da molti richiesta per sistemare schiene dolenti”. O meglio: “Una bonazza fu davvero messa a disposizione di Bertolaso (da un imprenditore), ma questi la respinse con perdita, acquisendo il diritto all’assegnazione di una medaglia al valore, giacché rifiutare una brasiliana nel pieno della giovinezza è prova di eroismo”. Siamo tutti più tranquilli e pazienza se le intercettazioni – “ingannevoli per definizione” – dalle quali si desumerebbe tutt’altra storia. Telefonate che immortalano la memorabile serata del 14 dicembre 2008, mentre il Tevere esondava e San Guido giungeva trafelato e superscortato allo Sporting Village chiuso al pubblico e riservato in esclusiva alla protezione civile della sua muscolatura ingrippata e della sua schiena dolente: un Grande Evento. E’ a questo scopo che Simone Rossetti, il factotum di Anemone, si dava un gran daffare con Regina Profeta, già ballerina del Cacao Meravigliao arboriano, per assicurare la presenza di “due signorine di qualità, non due stelline del cazzo” da agghindare con “bikini di tipo brasiliano un po’ s t re t t o ”. Già, perché ogni rivitalizzazione bertolasa si trasformava in una grande opera da far impallidire due G8, tre campionati di nuoto, tre Expò, mobilitando decine di addetti in assetto antisommossa. Uno accendeva le luci, uno le spegneva, uno chiudeva porte e finestre, uno procacciava le signorine di qualità, uno procurava il bikini, uno attivava la sauna, uno innescava “la talasso”, uno si occupava dell’“a s p i ra z i o n e ”, uno attendeva con ansia di ripulire la scena del relitto da eventuali profilattici dimenticati affondando le mani nei cestini della spazzatura (un esperto di emergenza rifiuti, giunto appositamente dall’Alto commissariato di Napoli), uno aspettava fuori “al parcheggio” intrattenendo la scorta, insomma faceva da palo e comunicava in presa diretta ad Anemone lo stato di avanzamento lavori con apposite walkie-talkie da Emergenza Bikini. Dall’interno giungevano notizie frammentarie, subito commentate e diramate via telefono minuto per minuto: “E’ tutto in atto… da un’o re t t a …l’ho messo subito a suo agio… l’appuntamento sta andando bene… ancora niente... appena esce ti chiamo…”. Ore 23.04 il dado è tratto. San Guido ha finito. Monica rassicura Regina che è rimasto “contento”. L’allegro squadrone addetto alla rivitalizzazione tira un sospiro di sollievo. Anemone esulta: “E’ come se avessimo guadagnato 500 punti”. Bingo! La famosa patente a punti. Ma c’è un ultimo problema: Bertolao Meravigliao si perde nel dedalo dei corridoi e rimane prigioniero per qualche lungo, interminabile minuto. “Come esco, Simone?”. Con scattante efficientismo Rossetti organizza i soccorsi di pronto intervento: “Sì, allora, guarda, c’è direttamente sulla destra o sulla sinistra. Vicino a una delle porte. Vicino a una rotella. Hai visto? Gira quella verso sinistra. Comunque sto venendo giù con la chiave”. Tutto è bene quel che finisce bene. La squadra della Prostituzione civile Spa si allontana in forze a passo di leopardo nella notte, lanciatissima verso nuove mirabolanti emergenze.