I cazzari

Giovedì 7 aprile 2011 – Anno 3 – n° 82

I cazzari

Come volevasi dimostrare, tanto rumore per nulla. Il deposito dei brogliacci con quattro telefonate fra Papi e le Papi-girl non è un reato né un errore, ma – come abbiamo scritto ieri – un atto dovuto per legge a tutela dei diritti di difesa del premier. Una mossa “garantista” spacciata dai soliti cazzari per l’ennesimo agguato delle toghe rosse al povero Silvio. I fatti, ricostruiti per filo e per segno dal procuratore Edmondo Bruti Liberati, sono di una semplicità elementare. Da agosto a ottobre, quando l’indagine sul caso Ruby è agli inizi e B. non è ancora indagato (lo sarà solo a dicembre), vengono intercettate alcune ragazze del suo giro, tra cui la Minetti, che parlano con lui della faccenda. La polizia giudiziaria riassume nei brogliacci le parti più significative, trascrivendo quelle che potrebbero avere rilevanza penale, e via via le consegna alla Procura. I pm le usano per giustificare la richiesta di proroga delle intercettazioni delle ragazze. Poi, per uno scrupolo garantista che va ben oltre la legge, ordinano agli agenti di coprire con omissis i dialoghi in cui compare la voce del premier. Se alla fine decideranno di usarle contro B., le faranno trascrivere da un consulente tecnico per inviarle alla Camera e chiedere l’autorizzazione a utilizzarle nel processo. Ma a gennaio, tirando le somme per il giudizio immediato contro B., la Procura ritiene di aver abbastanza indizi: le intercettazioni, nei confronti di B., sono superflue; ma potrebbero rivelarsi utili nel processo-stralcio a Minetti, Fede e Mora. Infatti nel fascicolo del processo a B. non vengono allegate; nell’altro si vedrà e per questo non vengono distrutte. Ma bisogna avvertire gli avvocati di B. che esistono: vedi mai che Ghedini e Longo le ritengano utili alla difesa e chiedano al tribunale di acquisirle; o che un domani ne scoprano l’esistenza nelle carte dell’altro processo e accusino i pm di averle imboscate per ledere i diritti dell’illustre cliente. Perciò, in ossequio al Codice di procedura e alla legge Boato (intercettazioni indirette dei parlamentari), la Procura deposita i quattro brogliacci e tutti gli altri file audio ai difensori di B. Non dunque nel processo a B. (lì quelle intercettazioni sono inutilizzabili). Ma nel fascicolo riservato a Ghedini e Longo. Da quel momento gli atti non sono più segreti. E guarda caso finiscono sul Corr iere, che parla di errore della Procura (“Le conversazioni non dovevano essere trascritte”). Secondo voi, se quelle carte le avevano solo i difensori di B., chi le ha passate al Corriere per farle pubblicare proprio alla vigilia della prima udienza? Si ripete il copione del 21 novembre '94, quando l’entourage di B. soffiò al Corr iere la notizia che il premier era indagato per le tangenti alla Guardia di Finanza, per poi strillare contro la fuga di notizie sul Corriere. L'altroieri, replay: anziché del premier imputato di concussione e prostituzione minorile, si parla dell’errore e/o abuso e/o reato della Boccassini. Cicchitto, Leone, Napoli, Quagliariello, Brambilla, Casellati, Santanchè (e dunque Sallusti) e altri noti giureconsulti arcoriani si scatenano, mentre un Ghedini insolitamente moderato se la prende più per la pubblicazione delle telefonate che per la trascrizione. Sul carro dei mestatori salgono le solite truppe indigene di complemento. Gli ascari. Violante (mega-intervista al Giornale): “Le intercettazioni non andavano messe agli atti dalla Procura e non dovevano finire sui giornali, serve una rifor ma”. Latorre (al Tg3): “Fatto gravissimo”. E persino Zanda (“Grave e negativo”) e Fini (“Atto sbagliato che non doveva accadere”). Ci casca pure Mentana, che mette sullo stesso piano l’inesistente “er rore” della Procura e la vergogna del conflitto d’attribuzione appena votato dalla Camera dei servi. Poi Bruti Liberati dimostra che è tutto regolare, anzi doveroso. Ma nessuno se ne accorgerà. Sono vent’anni che questi picchiatori fanno così. Menano alla cieca il primo che capita, poi, quando si scopre che stanno menando la persona sbagliata, non è che si scusano: passano subito a menarne un’altra.

Montatura di montatore

Mercoledì 6 aprile 2011 – Anno 3 – n° 81

Montatura di montatore

Cicchitto: “Gravissima violazione della legge, intercettazioni indebite, strumentalizzazione della giustizia per fini politici”. Quagliariello: “Trascrizioni in assoluto spregio delle leggi e della Costituzione”. E via delirando. Figurarsi se i giureconsulti da riporto non s’inventavano qualche nuova balla alla vigilia del processo Ruby che leva il sonno al Cainano perché non è ancora riuscito a escogitare una legge che lo fulmini. Il pretesto gliel’ha scodellato su un piatto d’argento il Corriere della Sera che, accanto allo scoop su tre telefonate fra altrettante Papi-girls e B., pubblica un commento dal titolo “Le conversazioni che non dovevano essere trascritte”. Che cos’è accaduto? Fra le 20 mila pagine dei 20 faldoni di atti depositati dalla Procura di Milano agli onorevoli difensori di B., il Corr iere ha scovato tre foglietti esplosivi: quelli, appunto, che raccolgono i brogliacci di polizia giudiziaria con le trascrizioni di tre telefonate della Minetti, della Polanco e della Skorkina, intercettate mentre parlano con B. (e pare ce ne sia qualcun altro). Il Corriere le pubblica e fa benissimo: il contenuto è molto interessante, dal punto di vista sia giudiziario sia politico. Fin dal 1° agosto 2010, quattro mesi prima di essere indagato e tre settimane dopo il primo interrogatorio di Ruby, B. già sapeva che c’era un’inchiesta che poteva riguardarlo e si attivava per rastrellare testimonianze sul fatto che la minorenne si fosse spacciata per maggiorenne. Prometteva soldi, anzi “benzina” a una ragazza rimasta a secco, tramite il solito Spinelli; un posto in Parlamento alla Minetti; e contratti in Mediaset alla Polanco. Ma soprattutto a convocare le testimoni per le indagini difensive, non era lo studio Ghedini, bensì la segretaria del premier, che già che c’era suggeriva pure la versione da fornire all’onorevole avvocato (“costruire e verbalizzare la normalità delle serate del presidente B.”). Un caso da manuale di inquinamento probatorio e di subornazione del teste, roba da arresto in flagrante. Invece, sorprendentemente, la Procura ha deciso (almeno per ora) di chiudere un occhio sulle anomalie delle indagini difensive e sulle manovre di B. per costruire testimoni ad personam. Così quelle telefonate, legittimamente intercettate sui telefoni di private cittadine, non sono state inviate alla Camera per il via libera a usarle contro il premier. Nel 2005, però, la Consulta ha stabilito che, quando un parlamentare viene intercettato mentre parla con un privato sul telefono di quest’ultimo, la conversazione può essere usata tranquillamente contro il privato senza passare dalle Camere. Dunque non si vede perché – contrariamente a quanto scrive il Corriere – quelle conversazioni non avrebbero potuto essere trascritte. Nessuna legge lo vieta e del resto è prassi normale che la polizia giudiziaria stili dei brogliacci, ora riassumendo ora trascrivendo i dialoghi più interessanti, perché il pm li legga, li valuti e decida se e contro chi utilizzarli. Contro B. la Procura non li ha utilizzati, ritenendoli superflui. Ma potrebbe usarli contro la Minetti (nel processo parallelo a lei, Mora e Fede), visto il loro contenuto pesantemente indiziante sul giro di prostituzione ad Arcore e sulle varie modalità di “pa gamento” delle Papi-girls. Per questo non ha distrutto quei brogliacci. Ma, anche se avesse deciso di distruggerli, avrebbe dovuto depositarli ai difensori di B. e degli altri intercettati, a garanzia dei loro diritti (vedi mai che, nelle telefonate, ci fossero elementi utili alla difesa). E così è stato fatto. Nessun abuso, nessuna violazione di legge, anzi un doveroso scrupolo garantista che non porterà alcun vantaggio all’accusa (le intercettazioni, non essendo passate per la Camera, sono inutilizzabili almeno contro B.). Infatti per Rosa Santanchè “la Procura ha commesso un reato grave con subdoli intenti politici”. E per Olindo Sallusti, detto il Fotocopia, “la Boccassini ha commesso un reato e dev’essere processata”. La prova migliore che è tutto regolare.

Pd, ultima chiamata

Martedì 5 aprile 2011 – Anno 3 – n° 80

Pd, ultima chiamata

Domani, salvo ennesimo rinvio, la Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato voterà pro o contro l’arresto del senatore dalemiano del Pd Alberto Tedesco, disposto due mesi fa dal gip di Bari Giuseppe De Benedictis per corruzione, concussione, turbativa d’asta e falso (Tedesco li avrebbe commessi per favorire le aziende di famiglia con le Asl quand’era assessore regionale alla Sanità nella prima giunta Vendola, prima di approdare in Senato al posto di Paolo De Castro, volato a Strasburgo). Com’è noto, il Senato non è chiamato a valutare se Tedesco vada arrestato o no: questo l’ha già deciso un giudice terzo. Il Senato deve solo autorizzare l’esecuzione dell’ordine di custodia, salvo che ravvisi nell’inchiesta un fumus persecutionis ai danni del senatore. Cioè dimostri che non esiste alcun indizio a suo carico, ma solo la volontà congiunta di procura e gip di perseguitarlo con accuse infondate. Ma nessun membro della giunta, lette le migliaia di carte con intercettazioni e testimonianze, ha osato sostenerlo. Dunque il discorso, secondo la legge e la Costituzione, è chiuso: Tedesco deve andare in carcere, come i cinque coimputati che, non avendo avuto la fortuna di rifugiarsi in Parlamento, sono finiti ipso facto in cella. Invece da trent’anni il Parlamento respinge tutte le richieste di autorizzazione ad arrestare suoi membri. E senza mai giustificare i dinieghi con il fumus per secutionis, ma invadendo ogni volta il campo della magistratura. Come? Sindacando sulle esigenze cautelari (gravi indizi di colpevolezza e pericolo di fuga o di inquinamento probatorio o di ripetizione del reato), che sono competenza esclusiva del giudice e non del Parlamento. Anche stavolta andrà a finire così: Pdl e Lega, avendo salvato e dovendo salvare decine di compari di avventura dediti al crimine, non si lasceranno sfuggire l’occasione di salvare anche Tedesco, per poi passare all’incasso quando toccherà a qualcuno dei loro, o per rinfacciare l’incoerenza al Pd che, sull’impunità per i politici, predica bene in casa di Berlusconi & C e razzola male in casa propria. Dunque, se il Pd vuol essere credibile nella battaglia campale annunciata contro la nuova ondata impunitaria pro B. (prescrizione breve, processo morto, conflitto di attribuzioni e forse voto di improcedibilità nel processo Ruby), oggi i suoi nove senatori in giunta dovrebbero tutti autorizzare l’arresto di Tedesco. L’Idv, con Luigi Li Gotti, ha già annunciato che dirà di sì. Così finalmente vedremmo il centrosinistra compatto sul principio fondamentale dell’eguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge. E, se Tedesco si salverà, sarà per il voto del centrodestra e della solita Udc, che in materia di impunità non ha nulla da invidiare a Pdl e Lega. Purtroppo le cronache dicono che i nove pidini sono divisi: due (Casson e Adamo) pro arresto, sette contro (tra cui il solito presidente della giunta, Follini). E questo sebbene nessuno (nemmeno il relatore del Pdl Balboni) ravvisi nella richiesta del gip il fatidico fumus persecutionis. A questo punto si attenderebbe una chiara pronuncia del segretario Bersani o della capogruppo Finocchiaro, invece incredibilmente il vertice del Pd ha deciso di lavarsene le mani: “Il partito – ha detto Bersani – non ha alcuna linea su Tedesco, non darà alcuna indicazione e non ha alcuna situazione da tutelare. Ho detto ai nostri di ritenersi completamente liber i”. Il Pd Sanna parla addirittura di “anomalie dell’inda gine” (ma, se ci sono, spetta al Riesame e alla assazione sanarle, non certo al Senato) e aggiunge: “Stabilito che non c’è fumus persecutionis, la questione va su un crinale politico: bisogna determinare quali siano oggi i reati considerati di eccezionale gravità ed è un limite che va fissato dal Parlamento”. Par di sognare: il Parlamento decide quali reati sono gravi e quali no, quali sono meritevoli di arresto e quali no, e non è affatto certo che lo siano la corruzione e la concussione. Ora, per dire certe scempiaggini, bastano e avanzano i Berlusconi e gli Alfano. A che serve, dunque, il Pd?

Credere, obbedire e leccare

Domenica 3 aprile 2011 – Anno 3 – n° 79

Credere, obbedire e leccare

Se non si professasse “liberale” ogni due per tre e non scrivesse perciò sul Corriere della sera, Piero Ostellino meriterebbe la considerazione pressochè nulla che si deve ai tipici intellettuali italiani che attaccano sempre il cavallo alla mangiatoia giusta: craxiani quando comanda Craxi, berlusconiani ora che comanda B., domani dipende da chi comanda. Invece molti lo credono un “liberale” per davvero, al punto che ha finito col crederci persino lui. Tant’è che nei suoi articoli - usati in molte sale operatorie al posto dell’anestesia totale e riassumibili quasi sempre nel motto “I love B.” - egli usa citare a sostegno delle sue corbellerie ora Tocqueville, ora Stuart Mill, ora Locke, ora Montesquieu, ora tutti e quattro insieme (ovviamente ignari e incolpevoli di tutto). Ieri, a riprova del fatto che B. dev’essere davvero malmesso, di articoli ne ha scritti addirittura due in un sol giorno: uno a pagina 1, l’altro a pagina 57. A pag.1 sostiene che “i pm processano B più per tigna che per obbligatorietà dell’azione penale”, dunque, in ossequio a un non meglio precisato “pensiero del 700 e dell’800”, urge la “separazione dei poteri”, ergo hanno ragione B. e Alfano a mettere il potere giudiziario al guinzaglio di quello politico. Sragionamento che ricorda il celebre sillogismo di Montaigne: “Il salame fa bere, bere disseta, dunque il salame disseta”. A pag.57 Ostellino definisce “ridicola” la presunta “intenzione” della Procura di Roma di “incriminare B. per concussione a seguito di una telefonata in cui chiedeva la chiusura di Annozero”, precisando che “di tale incriminazione non me ne potrebbe (sic, ndr) fregare di meno”. Resta da capire perché allora abbia deciso di ammorbarne i lettori, già duramente provati dal primo articolo. In ogni caso la Procura di Roma non ha alcuna “intenzione di incriminare” B. per le pressioni anti-Annozero: per il semplice motivo che, per quei fatti, B. è già indagato da più di un anno (prima a Trani e poi per competenza a Roma). Ostellino trova “r idicola” l’indagine perché, “se si perseguissero i politici che telefonano ai direttori di giornali affinchè non facciano scrivere i giornalisti sgraditi, il Parlamento sarebbe vuoto e i tribunali sarebbero pieni”. Evidentemente il “liberale”de noantri, quando dirigeva il Corr iere, riceveva pressioni da politici per non far scrivere giornalisti sgraditi e non faceva una piega, trovando la cosa assolutamente normale. Qui però gli sfuggono un paio di particolari. 1) La Rai non è un giornale privato è un’azienda pubblica i cui dirigenti - diversamente dai direttori di giornale - sono “incaricati di pubblico servizio”. 2) B., per far chiudere Annozero, non chiamò un direttore della Rai, ma alcuni membri dell’Agcom, che dovrebbe essere un’“autorità indipendente”, invece B. la tratta come il cortile di casa sua. Condotta che, a un vero liberale, dovrebbe far rizzare tutti i capelli in testa. Infatti a Ostellino “non potrebbe fregare di meno”. Anche perché costui non sa nemmeno quel che è successo. Siccome le notizie smentirebbero puntualmente ciò che scrive, le rimuove. Non legge i giornali, nemmeno quello che generosamente ospita i suoi delirii. Infatti si domanda “che è stato convocato a fare George Clooney fra i testimoni del processo Rub y”. Forse “per consentire ai pm di raccontare in famiglia di aver parlato con l’uomo che fa pubblicità alla stessa marca di caffè che si beve in casa e, magari, di averlo trattato con giusto distacco?”. Non sia mai che “la giustizia diventi avanspettacolo” per “epater le bourgeois”. Ora, è affascinante il sospetto che la Boccassini arda dal desiderio di raccontare in famiglia di aver conosciuto Clooney. Purtroppo per il nostro tapino, a chiamare Clooney come teste non è stata la Procura, ma l’on. avv. Niccolò Ghedini, difensore di B. Come hanno scritto tutti i giornali. Corr iere compreso. In tutte le pagine fuorchè nella numero 57. Lì è vietato l’accesso alle notizie per non disturbare Ostellino.

Giornalista a piè di lista

Sabato 2 aprile 2011 – Anno 3 – n° 78

Giornalista a piè di lista

Qualcuno si domanderà perché i berlusconidi sono tanto nervosi. La risposta, al netto delle sostanze psicotrope, è semplice: sentono prossima la fine. E ne hanno già vissuta una molto simile a questa. Trattandosi di vecchi arnesi dell’Ancien Regime, hanno impiegato vent’anni a elaborare il lutto per il crollo della Prima Repubblica e ad arraffare poltrone e prebende nella Seconda. Non avendo mai avuto idee, ma solo padroni, caduti quelli vecchi se ne son trovati di nuovi. Ora crolla di nuovo tutto e, come dice Corrado Guzzanti, “non c’è nulla di più difficile che leccare culi in movimento”. Vent’anni fa Ignazio La Rissa stava dalla parte di chi tirava monetine ai corrotti, esattamente come la Lega. Ora che le monetine le tirano a lui e alla Lega, visti come i nuovi simboli del magnamagna, dà fuori di matto. Poi c’è il battaglione degli ex socialisti: quando il muro di Bettino gli cascò addosso, temettero il peggio. Tipo dover fuggire all’estero o, peggio, andare a lavorare. Poi arrivò il Cainano,quello che lava più bianco, e li riciclò come nuovi. Ora tremano all’idea di doversi cercare, alla loro età, un nuovo padrino. Il più nervoso, comprensibilmente, è Giuliano Ferrara, quello del convegno con le mutande sulla testa, quello che ogni sera su Rai1 mette in fuga la gente che non è riuscito a mettere in fuga Minzolingua. L’altro giorno Alex Stille scrive sul suo blog che in nessun paese al mondo uno che ha fatto il ministro, il portavoce e il candidato di B. che gli paga tre stipendi per Il Foglio, Panora ma e Il Giornale, potrebbe andare in tv a parlare di B. Apriti cielo. Ferrara, colto da un travaso di colesterolo, spara su Stille a palle di lardo incatenate. Ricostruisce la propria carriera di “giornalista” e soprattutto di voltagabbana pagato dal Pci, dal Psi, dalla Cia, da B. ma soprattutto dai contribuenti. Poi, obnubilato dai supplì, imbastisce il seguente sragionamento: siccome io ero amico di Ugo Stille, suo figlio Alex non deve criticarmi, altrimenti è un “par ricida”.Concetto tipicamente mafioso della famiglia e dell’amicizia (per via ereditaria, fra l’altro). Il tutto condito con vari insulti a Stille e, già che c’è, a Enzo Biagi (“lobbista” e “giornalista re della serie B”). Biagi non c’entra nulla, per giunta è morto e non può rispondergli, ma soprattutto ha la grave colpa di aver avuto successo, mentre Ferrara non se l’è mai filato nessuno: nessuno compra i suoi libri, nessuno guarda i suoi programmi, nessuno legge i suoi giornali, nessuno lo vota quando si candida, nessuno ascolta i suoi consigli e, se fa gli auguri a qualcuno, quello si tocca. Poi il Platinette Barbuto si avventura sul terreno per lui impervio della libertà d’informazione, paragonandosi a due ex portavoce di presidenti americani –William Safire e George Stefanopolis – poi passati al giornalismo. In attesa che i due malcapitati lo querelino per l’accostamento, Stille fa notare una lieve differenza: Safire e Stefanopolis, prima di fare i giornalisti, “hanno dovuto tagliare qualsiasi rapporto professionale ed economico con la politica attiva”. Stiamo parlando degli Usa – che Ferrara cita a modello di continuo senza sapere neppure dove stanno – dove nei primi anni ‘80 il Wall Street Journal tolse all’analista Susan Garment, docente a Yale, la sua rubrica di prima pagina “La presidenza” perché si scoprì che quasi ogni giorno la signora e il marito frequentavano Ronald e Nancy Reagan. L’eccessiva intimità della Garment con l’oggetto della sua rubrica gettava un’ombra indelebile sulla sua imparzialità. Lo scorso anno l’anchorman dell’Nbc Keith Obermann fu sospeso dal video perché aveva dato un piccolo contributo finanziario, regolarmente registrato in ossequio alla legge, alla campagna elettorale di alcuni candidati democratici. Aveva finanziato dei politici, infatti l’hanno cacciato. Ferrara è finanziato da un politico, infatti è sempre lì.

Lei è vittima? Si discolpi

Venerdì 1 aprile 2011 – Anno 3 – n° 77

Lei è vittima? Si discolpi

Nel Paese di Sottosopra, sgovernato da un colpevole impunito per legge (fatta da lui), è perfettamente coerente che le vittime diventino colpevoli. È la nuova frontiera del garantismo all’italiana. Il Pompiere della Sera – che ha dedicato all’ennesimo rinvio a giudizio del suo editore Ligresti una notiziola rilevabile solo dal microscopio elettronico – racconta così gli insulti di La Russa a Fini: “Rissa alla Camera. Duro scontro tra ministro della Difesa e presidente della Camera”. Come se chi grida vaffanculo e chi se lo prende fossero sullo stesso piano. Pigi Cerchiobattista lamenta la “reciproca delegittimazione” da cui “nessuno esce con un profilo di decoro e di innocenza. Non la maggioranza... non l’opposizione... non i ministri che scambiano col presidente della Camera battute irripetibili... Difficile distribuire le colpe”. Già: bisognerebbe scrivere “La Russa” e “vaf fanculo”, per capire di chi è la colpa. A pagina 2 altro titolo memorabile: “Quel giorno davanti al Raphael che portò Craxi verso l’esilio”. Cioè latitanza, ma fa lo stesso. Sotto, Aldo Cazzullo denuncia: “18 anni dopo siamo ancora qui col Cavaliere, i magistrati, i processi politici...”. Processi politici? Questi sono processi “ai” politici, anzi a un politico, per reati comuni che con la politica non c’entrano nulla (mafia, stragi, corruzione, concussione, frode fiscale, appropriazione indebita, falso in bilancio, prostituzione minorile). Ma il meglio arriva a pagina 27, dove una settimana dopo l’arresto di un presunto truffatore accusato di aver raggirato 700 persone, si continuano a pubblicare le foto segnaletiche dei truffati. Soprattutto uno: Sabina Guzzanti. Da un anno, come le altre vittime, Sabina aspettava che la magistratura si muovesse, nella speranza di recuperare qualche euro di quelli affidati ai promoter del Madoff italiota. Poi, quando finalmente è scattato il blitz, s’è resa conto che non era peggio per lui. Ma per lei. Nel Paese di Sottosopra, stampa e tv han preso a sbattere in prima pagina le vittime, come se fossero loro a doversi vergognare. Solo perché alcune hanno il grave torto di non essere povere in canna o, peggio ancora, di essere famose. Orrore: un’attrice di sinistra ha dei soldi e, doppio orrore, non li tiene nel materasso, non li porta all’estero come certi editori del Pompiere, non fa scudi fiscali, ci paga addirittura le tasse, li investe e, triplo orrore, si fa truffare. Ce n’è abbastanza per massacrarla, dandole il resto che non s’era ancora presa per aver osato sbertucciare la destra e la sinistra mentre tanti paraculi se ne stavano acquattati aspettando che passasse la nuttata. Lei sulle prime la prende sul ridere e scrive un pezzo ironico per il Fatto, “Confesso, mi hanno truffata”, “Posso solo sperare nella clemenza di Minzolini. Sono un verme, chiedo solo di poter continuare a vivere nell’ombra”. Poi capisce che c’è poco da ridere. C’è una campagna di pestaggio con i soliti rimbalzi sul blog. Ecco il titolo di Libero: “La toccano nel portafogli e l’avida Sabina insulta i fan”. Ed ecco l’intervista-interrogatorio che le ha fatto, sul Pompiere divenuto piromane, Fabrizio Roncone. Un reperto dei nostri tempi: “Sabina Guzzanti è figlia di Paolo e sorella di altri due attori, Caterina e Corrado. Secondo il parere di numerosi esperti, il vero fuoriclasse del palcoscenico sarebbe Cor rado”, mentre Sabina ha pure la “voce nervosa, rauca, tremante”. Parte il terzo grado: “Allora, c’è questa storia della truffa...”, “Non sarà che a lei sembrano pazzesche e seccanti, molto seccanti, le critiche che le vengono mosse sul suo blog? Da giorni lei viene accusata, e rimproverata, di aver cercato guadagno facile coi trucchi della finanza...”, “Non offenda quelli che scrivono sul suo blog”, “Come mai è così prudente, signora? Non ha perso 400 mila euro?”, “È vero o no che lei avrebbe già recuperato parte del denaro?”. Domande che parrebbero eccessive anche se rivolte al truffatore. Roncone le riserva alla truffata. Secondo il parere di numerosi esperti, col truffatore sarebbe molto più conciliante.

L’isola del fumoso

Giovedì 31 marzo 2011 – Anno 3 – n° 76

L’isola del fumoso

L'altro giorno era andato in tribunale senza far nulla per distrarre l’attenzione da Lampedusa. Ieri è andato a Lampedusa per distrarre l’attenzione dal golpetto impunitario di giornata. Non riuscendo più a cambiare le cose, cambia posto alle telecamere. Ieri le ha portate nell’isola invasa dai profughi e si è esibito in una televendita degna della miglior Vanna Marchi. Altro che Mediashopping. Qualche sparuto lampedusano sventolava un paio di cartelli critici (tipo “fuori dalle balle”), ma è stato simpaticamente dissuaso (“mettete via 'ste minchie di cartelli”) da quel capolavoro di sindaco: un omone talmente corpulento che pare la custodia di Berlusconi. I coreografi del piazzista, del resto, avevano dato ordini precisi: solo ultras, altrimenti lui non fa il numero. È andato tutto bene: lui il numero l’ha fatto, tra cori da stadio “Silvio! Silvio!” scanditi dagli stessi che fino all’altroieri lo maledicevano e ora si bevono qualunque boiata. Una folla selezionata con cura, campione statistico di quel pezzo d’Italia che da 17 anni si offre volontaria per il bunga-bunga. Come dice il candidato Cetto La Qualunque, “ho capito il sistema, tu gli dici quattro cazzate e loro ti votano”. Da notare anche i sorrisi e i battimani compiaciuti dello sgovernatore Lombardo, che ancora due giorni fa minacciava fuoco e fiamme contro il premier e ora gli regge il moccolo tutto eccitato, col riportino in erezione. Unificando in una sola persona le figure, storicamente distinte, del buffone di corte e del sovrano, il Vannomarchi attacca con un aggiornamento degli imbonimenti sulla ricostruzione de L’Aquila “entro sei mesi” e sulla scomparsa della monnezza a Napoli “entro tre giorni, anzi due”: stavolta farà sparire migliaia di migranti “entro 48, massimo 60 ore”. Bravo! Bravo! Lo slogan – nota un lettore del nostro sito – è ispirato ai cartelli di certi bar sport: “Oggi non si fa credito, domani sì”. Dalla piazza, un lampedusano che non s’è bevuto totalmente il cervello domanda: “Scusi, dove vanno le navi coi profughi?”. E lui, lucido: “Lei sa giocare a scopa?”. Qualcuno teme un embolo, altri si domandano se adesso il bunga-bunga si chiami così. Segue una raffica di annunci mirabolanti, tutti accompagnati dal solito “Bravo! Bravo!”. “Stanotte mi sono attaccato a Internet e ho comprato una casa a Lampedusa: diventerò lampedusano anch’io”, moltiplicando così, da solo, il già elevato tasso di devianza nell’isola. “La casa è sulla costa francese, anzi a Cala Francese”. Così Sarkozy impara. “Si chiama Due Palme”. O due palle. “Porteremo qui un casinò...”. Ma forse, visto che verrà ad abitarci, voleva dire casino. “...e un campo da golf”, che insieme al polo è lo sport prediletto dai migranti. Poi “il governo candiderà Lampedusa al premio Nobel per la Pace”, ma anche al premio Oscar per la migliore sceneggiatura. “Attiveremo un piano del colore come quello che ho già realizzato in un paese della Lombardia”, per la precisione Milano 2, perché “vorrei che l’isola avesse i colori di Portofino”. E, siccome “ho visto poco verde”, è “necessario un piano di rimboschimento”. Vernice verde a volontà. Perché lui un tempo aveva sorvolato l’isola in elicottero e l’aveva trovata “verdissima” (forse era Antigua). E, siccome diventa lampedusano, “moratoria fiscale per un anno, ma anche oltre”. Bravo! Bravo! Senza contare che d’ora in poi “Rai e Mediaset trasmetteranno programmi per illustrare le bellezze di Lampedusa”, meglio se minorenni: sui palinsesti li decide lui, che al processo Mediatrade ha appena giurato di non occuparsi più di televisioni dal 1994. Possono fidarsi, i lampedusani? Ma certo che sì: “Come sapete, io sono solo prestato alla politica”. La quale, purtroppo, non l’ha mai restituito. Intanto spedisce il suo socio Tarak Ben Ammar a trattare per l’Italia col governo tunisino, manco fosse il ministro degli Esteri: Frattini, sventuratamente, gliel’hanno rimpatriato col foglio di via.