Mercoledì 7 aprile 2010 – Anno 2 – n° 107
Roma ladrona la Lega ti perdona
A dimostrazione del fatto che di questo centrodestra non si riesce a pensare mai abbastanza male, perché la realtà supera sempre la più fervida fantasia, devo correggere la mia previsione di ieri: là dove scrivevo che finiani e leghisti potrebbero appoggiare una seria proposta di legge anticorruzione. Levate pure i leghisti, ormai definitivamente perduti al seguito di Roma ladrona. In una psichedelica intervista al Corriere, il ministro dell’Interno Bobo Maroni ha infilato una serie di strafalcioni e corbellerie sulla giustizia da mettere in seria discussione la sua laurea in Legge: il noto giureconsulto varesino vuole abolire l’obbligatori età dell’azione penale per consentire ai magistrati di concentrarsi sui “reati che davvero provocano allarme sociale”. Già immaginiamo quali: scippi, piccolo spaccio, immigrazione clandestina, cose così (la resistenza a pubblico ufficiale è ovviamente esclusa, visto che Maroni è stato condannato in via definitiva per averla commessa avendo malmenato alcuni poliziotti, infatti fa il ministro della Polizia). Nemmeno una sillaba sul reato più socialmente allarmante, la corruzione, che secondo la Banca Mondiale e la Corte dei Conti si mangia ogni anno 50-60 miliardi di euro. Quanti scippatori devono mettersi all’opera, e quante borsette devono rubare in media al giorno, per racimolare un bottino equivalente? Non resta che sperare nei finiani, sempre a patto che qualcuno dall’opposizione si svegli e prenda l’iniziativa di presentare un testo. Non c’è bisogno di grandi sforzi di fantasia. Basta copiare dalla miriade di proposte e disegni di legge giacenti in Parlamento e ivi insabbiati da anni (ce n’è persino uno firmato da Mastella, che non è affatto male). Nei prossimi giorni Il Fatto metterà qualche idea semplice semplice a disposizione di eventuali oppositori disposti a raccoglierla e a tradurla in un testo. A cominciare da quella avanzata nel settembre del 1994, in piena Tangentopoli, dal pool Mani Pulite e da un gruppo di giuristi e docenti universitari (fra i quali l’attuale presidente dell’Unione Camere penali, Oreste Dominioni). Era articolata in tre punti. Primo: non punibilità per il corruttore o il corrotto che va spontaneamente a confessare e a denunciare i complici, “prima che la notizia di reato sia stata iscritta a suo nome e comunque entro 3 mesi dalla commissione del fatto”. Sempreché restituisca il maltolto fino all’ultima lira. E con la sanzione automatica della decadenza e dell’i n t e rd i z i o n e dai pubblici uffici. In pratica, si rompe il vincolo di omertà fra corruttore e corrotto e si innesca una corsa a chi arriva prima a denunciare se stesso e l’altro per guadagnarsi l’impunità. L’obiettivo è quello di far emergere gran parte del sommerso di Tangentopoli, evitando ricatti e veleni. Secondo: i reati di corruzione e concussione diventano uno solo: è vietato offrire e dare soldi a un pubblico funzionario, non importa se costretti o spontaneamente, né in cambio di quale favore lecito o illecito. Terzo: linea dura con chi arriva fuori tempo massimo, o non confessa tutto, o viene colto con le mani nel sacco; custodia cautelare obbligatoria per corrotti e corruttori, come per i mafiosi, con pene che salgono da un minimo di 4 a un massimo di 12 anni per il pubblico ufficiale corrotto e da 3 a 8 per il corruttore privato (nessuna speranza di prescrizione). Sedici anni fa la proposta suscitò reazioni entusiastiche da An e dalla Lega. Ignazio La Russa stuzzicò i forzisti perplessi: “Che il progetto Di Pietro potesse essere sconosciuto a Forza Italia mi sembra poco credibile, anzi resto convinto che i vertici ne fossero informati: vi han collaborato alcuni avvocati vicini a loro...” (per esempio Dominioni, allora difensore di Berlusconi). Maroni e Tremonti incontrarono i pm promotori e alla fine il primo parlò di “iniziativa interessante da discutere fra magistrati e governo”. Che cos’è cambiato da allora a oggi, a parte il fatto che allora Tangentopoli ci costava 6-7 miliardi l’anno e oggi dieci volte tanto?
L’inciucio che vogliamo
Martedì 6 aprile 2010 – Anno 2 – n° 106
L’inciucio che vogliamo
Qualche mese fa, intervistato da Franco Marcoaldi su Repubblica, il grande intellettuale mitteleuropeo George Steiner denunciava: “Abbiamo perso l’arte di dire ‘no’. No alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche che ci circondano, no all’invasione della burocrazia nella nostra vita. No all’idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame, la schiavitù infantile. C’è un bisogno enorme di tornare a pronunciare quella parola. E invece ne siamo incapaci. Sono sgomento di fronte all’acquiescenza di tante persone per bene, trasformate in campioni di fatalismo, quasi che protestare fosse diventato inutile e imbarazzante. Ma le personalità più grandi del nostro tempo, i Nelson Mandela, i Vaclav Havel, non hanno mai provato questo imbarazzo. Purtroppo la famiglia, la scuola e il sistema mediatico inoculano sistematicamente tale virus. Ci predispongono al più totale conformismo. E’ fondamentale riabituarsi alla resistenza contro i falsi idoli del nostro tempo. A partire da quello principale: il fascismo del denaro… Il potere politico è nelle sue mani. Voi in Italia ne sapete qualcosa…”. Ecco:il fascismo del denaro che ci comanda da almeno 16 anni ha convinto l’opposizione che dire no è disdicevole, disfattista, passatista, e peggio ancora è dirlo in piazza. E’ cosa buona e giusta invece dire sì, mettersi d’accordo, sedersi attorno a un tavolo per scrivere “riforme condivise”. Quali, è secondario. L’importante è sedersi al tavolo, anzi a tavola. Infatti, dopo qualche settimana di polemiche di maniera fra maggioranza e opposizione, strumentali a trascinare ancora qualche elettore alle urne, si ricomincia. Cicchitto chiama a raccolta Pdl, Lega, Udc e Pd per riformare (cioè devastare) la Costituzione, e lo sventurato, cioè il Pd, risponde. Lo fa per bocca di tale Giorgio Merlo, tutto giulivo per la profferta di uno strapuntino al famoso “t avo l o ” gentilmente offerto al suo partito. Purchè – precisa – il Pd possa “e m e n d a re ” la proposta della maggioranza. A questo si è ridotta la cosiddetta opposizione: a emendare le porcherie di questa losca destra. Dire no è fuori discussione: “Sarebbe irresponsabile – spiega il Merlo - offrire giustificazioni a chi vuole bloccare tutto, gridare al 'golpe' e alla 'dittatura'. Il Pd, com'è noto, non appartiene a e questa canea”. E bravo Merlo. Conosciamo l’obiezione dei presunti “riformisti”: le regole del gioco si scrivono insieme,altrimenti la maggioranza ha l’alibi per fare da sola. E proprio qui sta il punto: senza i voti del Pd, il Pdl non può cambiare la Costituzione senza passare per il referendum popolare (senza quorum). Dunque, una volta tanto, il Pd ha diritto di veto. Perché allora non prendere l’iniziativa e, dicendo no a boiate tipo il presidenzialismo e la controriforma della giustizia, sfidare Pdl e Lega a dire sì a una seria legge anticorruzione? Sulla carta, un mese fa, erano tutti d’accordo, poi non se ne seppe più nulla. Ora Berlusconi, per motivi autobiografici, non potrà che dire no, ma leghisti e finiani dovrebbero dire sì. Così Pd e Idv insieme potrebbero regalare al Paese una riforma davvero necessaria e, al contempo, spaccare il centrodestra. Basta copiare il “patto anticorruzione” appena siglato a Madrid dal governo Zapatero e dall’opposizione di centrodestra dopo l'ultima ondata di scandali. Anzichè attaccare i giudici e abolire le intercettazioni, in Spagna se la prendono col sistema del malaffare e corrono ai ripari con misure concrete: sostituzione dei politici con tecnici nelle commissioni urbanistiche, divieto assoluto di accettare regali, pubblicazione delle retribuzioni e delle proprietà di assessori e pubblici funzionari, sospensione da ogni incarico dei dirigenti finiti in carcere per tangenti. In Italia c’è da fare ben di più, visto che negli ultimi 15 anni la classe politica ha smantellato ogni difesa immunitaria contro Tangentopoli. Nei prossimi giorni Il Fatto proverà a suggerire qualche mossa semplice e concreta. Semprechè, s’intende, Pd e Idv siano interessati all’articolo.
L’inciucio che vogliamo
Qualche mese fa, intervistato da Franco Marcoaldi su Repubblica, il grande intellettuale mitteleuropeo George Steiner denunciava: “Abbiamo perso l’arte di dire ‘no’. No alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche che ci circondano, no all’invasione della burocrazia nella nostra vita. No all’idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame, la schiavitù infantile. C’è un bisogno enorme di tornare a pronunciare quella parola. E invece ne siamo incapaci. Sono sgomento di fronte all’acquiescenza di tante persone per bene, trasformate in campioni di fatalismo, quasi che protestare fosse diventato inutile e imbarazzante. Ma le personalità più grandi del nostro tempo, i Nelson Mandela, i Vaclav Havel, non hanno mai provato questo imbarazzo. Purtroppo la famiglia, la scuola e il sistema mediatico inoculano sistematicamente tale virus. Ci predispongono al più totale conformismo. E’ fondamentale riabituarsi alla resistenza contro i falsi idoli del nostro tempo. A partire da quello principale: il fascismo del denaro… Il potere politico è nelle sue mani. Voi in Italia ne sapete qualcosa…”. Ecco:il fascismo del denaro che ci comanda da almeno 16 anni ha convinto l’opposizione che dire no è disdicevole, disfattista, passatista, e peggio ancora è dirlo in piazza. E’ cosa buona e giusta invece dire sì, mettersi d’accordo, sedersi attorno a un tavolo per scrivere “riforme condivise”. Quali, è secondario. L’importante è sedersi al tavolo, anzi a tavola. Infatti, dopo qualche settimana di polemiche di maniera fra maggioranza e opposizione, strumentali a trascinare ancora qualche elettore alle urne, si ricomincia. Cicchitto chiama a raccolta Pdl, Lega, Udc e Pd per riformare (cioè devastare) la Costituzione, e lo sventurato, cioè il Pd, risponde. Lo fa per bocca di tale Giorgio Merlo, tutto giulivo per la profferta di uno strapuntino al famoso “t avo l o ” gentilmente offerto al suo partito. Purchè – precisa – il Pd possa “e m e n d a re ” la proposta della maggioranza. A questo si è ridotta la cosiddetta opposizione: a emendare le porcherie di questa losca destra. Dire no è fuori discussione: “Sarebbe irresponsabile – spiega il Merlo - offrire giustificazioni a chi vuole bloccare tutto, gridare al 'golpe' e alla 'dittatura'. Il Pd, com'è noto, non appartiene a e questa canea”. E bravo Merlo. Conosciamo l’obiezione dei presunti “riformisti”: le regole del gioco si scrivono insieme,altrimenti la maggioranza ha l’alibi per fare da sola. E proprio qui sta il punto: senza i voti del Pd, il Pdl non può cambiare la Costituzione senza passare per il referendum popolare (senza quorum). Dunque, una volta tanto, il Pd ha diritto di veto. Perché allora non prendere l’iniziativa e, dicendo no a boiate tipo il presidenzialismo e la controriforma della giustizia, sfidare Pdl e Lega a dire sì a una seria legge anticorruzione? Sulla carta, un mese fa, erano tutti d’accordo, poi non se ne seppe più nulla. Ora Berlusconi, per motivi autobiografici, non potrà che dire no, ma leghisti e finiani dovrebbero dire sì. Così Pd e Idv insieme potrebbero regalare al Paese una riforma davvero necessaria e, al contempo, spaccare il centrodestra. Basta copiare il “patto anticorruzione” appena siglato a Madrid dal governo Zapatero e dall’opposizione di centrodestra dopo l'ultima ondata di scandali. Anzichè attaccare i giudici e abolire le intercettazioni, in Spagna se la prendono col sistema del malaffare e corrono ai ripari con misure concrete: sostituzione dei politici con tecnici nelle commissioni urbanistiche, divieto assoluto di accettare regali, pubblicazione delle retribuzioni e delle proprietà di assessori e pubblici funzionari, sospensione da ogni incarico dei dirigenti finiti in carcere per tangenti. In Italia c’è da fare ben di più, visto che negli ultimi 15 anni la classe politica ha smantellato ogni difesa immunitaria contro Tangentopoli. Nei prossimi giorni Il Fatto proverà a suggerire qualche mossa semplice e concreta. Semprechè, s’intende, Pd e Idv siano interessati all’articolo.
Pietrasanta, che bel nome
Domenica 4 aprile 2010 – Anno 2 – n° 105
Pietrasanta, che bel nome
Prendo in prestito questa bella storia da un messaggio di Sandra Bonsanti, giornalista e amica, infaticabile presidente di Libertà e Giustizia. Racconta di Sabrina e Jacopo, due giovani di Pietrasanta (Lucca) che quattro anni fa frequentarono a Pavia la scuola di formazione politica di LeG. Arrivavano dalla città toscana passata alla storia per la strage nazista di Sant’Anna di Stazzema e per gli studi dei grandi scultori del marmo. Da tempo immemorabile Pietrasanta è governata da un centrodestra che, ove possibile, è ancor più inquinato e malfamato della sua media nazionale. Nel 2006 finì in carcere il sindaco Massimo Mallegni, amico di Marcello Pera e dunque vicecoordinatore regionale di Forza Italia, per associazione per delinquere, truffa, corruzione, estorsione, abuso d’ufficio, violenza, maltrattamenti, falso e voto di scambio: i giudici lo accusavano di 51 presunti episodi delittuosi, un primato europeo. Pare che nelle telefonate intercettate, il primo cittadino minacciasse i vigili urbani che indagavano su di lui in perfetto dolce stil novo: “Agli altri gli faccio il culo senza dirglielo, a lei glielo dico”, “Gli facciamo passare la voglia di fare il vigile”, “Vi agguanto uno alla volta”, “Ora lo purghiamo bene”. Persino Denis Verdini invitò il partito a “cacciare le mele marce”. Qualcuno lo corresse: “Ma anche le Pere”. Naturalmente Mallegni restò sindaco a pie’ fermo, anche dopo il rinvio a giudizio (per alcuni episodi fu prosciolto, per altri è ancora imputato). Ora che, dopo due mandati, ha dovuto cedere il passo, s’è ricandidato come capolista Pdl al consiglio comunale e ha tappezzato la città di manifesti con la foto che lo ritrae nel giorno del suo arresto con le manette ai polsi. Come a dire: sono un ex galeotto, mica uno qualunque, dunque votatemi. Roba che nemmeno Cetto La Qualunque. Di questa e di altre vergogne Sabrina e Jacopo non si davano pace. Racconta la Bonsanti: “Manifestavano contro la corruzione, scrivevano, denunciavano. Poi hanno avuto un’idea: e se la politica potesse essere diversa da quella che ci appare ogni giorno, luogo eccelso di privilegi, potere, risse, distanza dai cittadini, interessi personali, e, magari, anche illegali? Se potesse essere veramente la mèta delle nostre passioni civili, del nostro impegno, il campus per le nostre idee? Se fosse possibile costruire a Pietrasanta, la piccola Atene’, un laboratorio di buona politica? Ci hanno provato, non da soli, ovviamente”. Come? Hanno organizzato elezioni primarie in vista delle comunali, primarie “ve re ” e non taroccate dalle segreterie dei partiti, sostenendo un candidato onesto e giovane, che ha perso per soli 200 voti contro un bravo pediatra stimato in città, Domenico Lombardi. Una volta sconfitti alle primarie, han sostenuto Lombardi con una campagna elettorale improntata alla trasparenza e al rinnovamento, promettendo un regolamento urbanistico che riporti un po’ d’ordine nella giungla del decennale abusivismo. “Hanno aperto la lista – prosegue Sandra - a tutti gli oppositori (Idv, pensionati, verdi, sinistra ecc.), hanno subìto le angherie pseudomafiose di chi cercava di negare (a suon di diffide) persino gli spazi elettorali. Lombardi ha preso il 47% e i suoi antagonisti il 19 e il 28. L’11 aprile si giocano la partita definitiva”. La morale di Sandra è anche la nostra: “Non è scritto da nessuna parte che il centrosinistra debba per forza perdere. Il disastro non è un destino che ci è stato cucito addosso. Quando sono andata con altri amici a dare una mano a Pietrasanta, ho detto loro che li invidiavo: avvertivo la passione di chi sente che sta per scrollarsi di dosso una cappa insopportabile. Il calore di una battaglia in corso, la voglia di ricominciare a vivere e sognare. Un senso di fratellanza anche fra coloro che prima non erano insieme. La piccola Italia dei comuni, là dove anche il Pd sa scegliere e muoversi, esiste, c’è, la conosciamo troppo poco, è fatta di gente come noi”. Buona Pasqua, Sabrina e Jacopo. Buona Pasqua, Pietrasanta.
Pietrasanta, che bel nome
Prendo in prestito questa bella storia da un messaggio di Sandra Bonsanti, giornalista e amica, infaticabile presidente di Libertà e Giustizia. Racconta di Sabrina e Jacopo, due giovani di Pietrasanta (Lucca) che quattro anni fa frequentarono a Pavia la scuola di formazione politica di LeG. Arrivavano dalla città toscana passata alla storia per la strage nazista di Sant’Anna di Stazzema e per gli studi dei grandi scultori del marmo. Da tempo immemorabile Pietrasanta è governata da un centrodestra che, ove possibile, è ancor più inquinato e malfamato della sua media nazionale. Nel 2006 finì in carcere il sindaco Massimo Mallegni, amico di Marcello Pera e dunque vicecoordinatore regionale di Forza Italia, per associazione per delinquere, truffa, corruzione, estorsione, abuso d’ufficio, violenza, maltrattamenti, falso e voto di scambio: i giudici lo accusavano di 51 presunti episodi delittuosi, un primato europeo. Pare che nelle telefonate intercettate, il primo cittadino minacciasse i vigili urbani che indagavano su di lui in perfetto dolce stil novo: “Agli altri gli faccio il culo senza dirglielo, a lei glielo dico”, “Gli facciamo passare la voglia di fare il vigile”, “Vi agguanto uno alla volta”, “Ora lo purghiamo bene”. Persino Denis Verdini invitò il partito a “cacciare le mele marce”. Qualcuno lo corresse: “Ma anche le Pere”. Naturalmente Mallegni restò sindaco a pie’ fermo, anche dopo il rinvio a giudizio (per alcuni episodi fu prosciolto, per altri è ancora imputato). Ora che, dopo due mandati, ha dovuto cedere il passo, s’è ricandidato come capolista Pdl al consiglio comunale e ha tappezzato la città di manifesti con la foto che lo ritrae nel giorno del suo arresto con le manette ai polsi. Come a dire: sono un ex galeotto, mica uno qualunque, dunque votatemi. Roba che nemmeno Cetto La Qualunque. Di questa e di altre vergogne Sabrina e Jacopo non si davano pace. Racconta la Bonsanti: “Manifestavano contro la corruzione, scrivevano, denunciavano. Poi hanno avuto un’idea: e se la politica potesse essere diversa da quella che ci appare ogni giorno, luogo eccelso di privilegi, potere, risse, distanza dai cittadini, interessi personali, e, magari, anche illegali? Se potesse essere veramente la mèta delle nostre passioni civili, del nostro impegno, il campus per le nostre idee? Se fosse possibile costruire a Pietrasanta, la piccola Atene’, un laboratorio di buona politica? Ci hanno provato, non da soli, ovviamente”. Come? Hanno organizzato elezioni primarie in vista delle comunali, primarie “ve re ” e non taroccate dalle segreterie dei partiti, sostenendo un candidato onesto e giovane, che ha perso per soli 200 voti contro un bravo pediatra stimato in città, Domenico Lombardi. Una volta sconfitti alle primarie, han sostenuto Lombardi con una campagna elettorale improntata alla trasparenza e al rinnovamento, promettendo un regolamento urbanistico che riporti un po’ d’ordine nella giungla del decennale abusivismo. “Hanno aperto la lista – prosegue Sandra - a tutti gli oppositori (Idv, pensionati, verdi, sinistra ecc.), hanno subìto le angherie pseudomafiose di chi cercava di negare (a suon di diffide) persino gli spazi elettorali. Lombardi ha preso il 47% e i suoi antagonisti il 19 e il 28. L’11 aprile si giocano la partita definitiva”. La morale di Sandra è anche la nostra: “Non è scritto da nessuna parte che il centrosinistra debba per forza perdere. Il disastro non è un destino che ci è stato cucito addosso. Quando sono andata con altri amici a dare una mano a Pietrasanta, ho detto loro che li invidiavo: avvertivo la passione di chi sente che sta per scrollarsi di dosso una cappa insopportabile. Il calore di una battaglia in corso, la voglia di ricominciare a vivere e sognare. Un senso di fratellanza anche fra coloro che prima non erano insieme. La piccola Italia dei comuni, là dove anche il Pd sa scegliere e muoversi, esiste, c’è, la conosciamo troppo poco, è fatta di gente come noi”. Buona Pasqua, Sabrina e Jacopo. Buona Pasqua, Pietrasanta.
Angelino papalino
Sabato 3 aprile 2010 – Anno 2 – n° 104
Angelino papalino
Agli studiosi dell’evoluzione segnaliamo quella di una specie tutta particolare: quella dei ministri della Giustizia dell’ultimo decennio. Da Castelli a Mastella ad Al Fano. Ogni volta si pensa di avere toccato il fondo, invece subito dopo ne viene uno peggio. A questo punto, immaginiamo con sgomento che cosa potrebbe arrivare dopo Angelino Jolie. Il pover ’uomo aveva appena subìto una lezione di diritto dal Csm, che gli aveva spiegato lo scopo e i limiti delle ispezioni ministeriali. Che non possono impicciarsi nelle indagini delle Procure, né punire i magistrati che indagano su chi non piace a lui. Anziché farsene una ragione e occuparsi dell’unico compito che gli spetta – garantire “l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia” (art. 110 della Costituzione) – l’implume giureconsulto agrigentino ne ha combinata un’altra delle sue: ha sguinzagliato i suoi ispettori alla Procura di Milano perché il procuratore aggiunto Pietro Forno, coordinatore dei pool reati sessuali, ha rilasciato nientemeno che un’intervista al Giornale, rivelando per giunta una cosa nota e stranota financo al Vaticano: la reticenza con cui, in tutti questi anni, il clero ha trattato il fenomeno della pedofilia all’ombra dei campanili. “Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento – ha dichiarato Forno, magistrato dichiaratamente cattolico – non mi è mai arrivata una sola denuncia né da parte dei vescovi né da parte dei singoli preti. Le indagini sono sempre partite da denunce dei familiari delle vittime che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente”. Ora si spera che gl’ispettori alfanidi trovino bel tempo nella scampagnata fuoriporta e possano godersi serenamente la Pasquetta in una bella trattoria della Padania coi tavoli a quadretti. Quanto al contenuto dell’ispezione, sfugge ai più. Che dovrebbero mai ispezionare questi signori? L’articolo del Giornale? Un’edicola a piacere? Il registratore del cronista che ha raccolto le dichiarazioni del magistrato? La lingua del procuratore? Casomai il Guardagingilli non lo sapesse, le interviste funzionano così: l’intervistatore fa le domande e l’intervistato risponde. Se poi qualcuno si sente diffamato dalle domande e/o dalle risposte, sporge denuncia e un giudice decide chi ha ragione. Nessuna legge vieta ai pm di rilasciare interviste (purché non svelino notizie d’indagine top secret) né prevede che, se l’intervista non piace al ministro della Giustizia, scatti l’ispezione. Ma tutto questo Angelino non lo sa. Così ieri ha sguinzagliato gl’ispettori dichiarando che Forno “ha accusato le gerarchie ecclesiastiche di coprire i sacerdoti responsabili di gravi fatti di pedofilia” (cosa mai detta dal pm: il che lascia supporre che, oltre a non saper fare il ministro, Al Fano non sappia neppure leggere) e che “tali dichiarazioni” presentano un “carattere potenzialmente diffamatorio”, oltre a configurare a carico di Forno una possibile “violazione dei doveri di correttezza, equilibrio e riserbo”. Resta da capire chi sia mai il diffamato, visto che Forno non ha fatto nomi, né poteva farne perché dice di non aver mai incontrato un prete o un vescovo in veste di denunciante. E resta pure da capire che diavolo c’entri il ministro della Giustizia. A meno che il pover ’uomo non abbia voluto mostrarsi più zelante dei vari Cota e Zaia al servizio del Vaticano. Nel qual caso però avrebbe drammaticamente sbagliato bersaglio, visto che proprio sulla pedofilia la Chiesa sta compiendo un’ampia autocritica. Non vorremmo, insomma, che Ratzinger inviasse un’ispezione di Guardie svizzere ad Angelino Jolie per pregarlo di non essere più papista del Papa. In ogni caso, se è vero che questo genio è l’erede designato del Banana, c’è di che essere ottimisti. Viene in mente la frase di un famoso scrittore americano: “Da ragazzo mi spiegarono che, in democrazia, chiunque può diventare presidente. Comincio a temere che sia vero”.
Angelino papalino
Agli studiosi dell’evoluzione segnaliamo quella di una specie tutta particolare: quella dei ministri della Giustizia dell’ultimo decennio. Da Castelli a Mastella ad Al Fano. Ogni volta si pensa di avere toccato il fondo, invece subito dopo ne viene uno peggio. A questo punto, immaginiamo con sgomento che cosa potrebbe arrivare dopo Angelino Jolie. Il pover ’uomo aveva appena subìto una lezione di diritto dal Csm, che gli aveva spiegato lo scopo e i limiti delle ispezioni ministeriali. Che non possono impicciarsi nelle indagini delle Procure, né punire i magistrati che indagano su chi non piace a lui. Anziché farsene una ragione e occuparsi dell’unico compito che gli spetta – garantire “l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia” (art. 110 della Costituzione) – l’implume giureconsulto agrigentino ne ha combinata un’altra delle sue: ha sguinzagliato i suoi ispettori alla Procura di Milano perché il procuratore aggiunto Pietro Forno, coordinatore dei pool reati sessuali, ha rilasciato nientemeno che un’intervista al Giornale, rivelando per giunta una cosa nota e stranota financo al Vaticano: la reticenza con cui, in tutti questi anni, il clero ha trattato il fenomeno della pedofilia all’ombra dei campanili. “Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento – ha dichiarato Forno, magistrato dichiaratamente cattolico – non mi è mai arrivata una sola denuncia né da parte dei vescovi né da parte dei singoli preti. Le indagini sono sempre partite da denunce dei familiari delle vittime che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto assolutamente niente”. Ora si spera che gl’ispettori alfanidi trovino bel tempo nella scampagnata fuoriporta e possano godersi serenamente la Pasquetta in una bella trattoria della Padania coi tavoli a quadretti. Quanto al contenuto dell’ispezione, sfugge ai più. Che dovrebbero mai ispezionare questi signori? L’articolo del Giornale? Un’edicola a piacere? Il registratore del cronista che ha raccolto le dichiarazioni del magistrato? La lingua del procuratore? Casomai il Guardagingilli non lo sapesse, le interviste funzionano così: l’intervistatore fa le domande e l’intervistato risponde. Se poi qualcuno si sente diffamato dalle domande e/o dalle risposte, sporge denuncia e un giudice decide chi ha ragione. Nessuna legge vieta ai pm di rilasciare interviste (purché non svelino notizie d’indagine top secret) né prevede che, se l’intervista non piace al ministro della Giustizia, scatti l’ispezione. Ma tutto questo Angelino non lo sa. Così ieri ha sguinzagliato gl’ispettori dichiarando che Forno “ha accusato le gerarchie ecclesiastiche di coprire i sacerdoti responsabili di gravi fatti di pedofilia” (cosa mai detta dal pm: il che lascia supporre che, oltre a non saper fare il ministro, Al Fano non sappia neppure leggere) e che “tali dichiarazioni” presentano un “carattere potenzialmente diffamatorio”, oltre a configurare a carico di Forno una possibile “violazione dei doveri di correttezza, equilibrio e riserbo”. Resta da capire chi sia mai il diffamato, visto che Forno non ha fatto nomi, né poteva farne perché dice di non aver mai incontrato un prete o un vescovo in veste di denunciante. E resta pure da capire che diavolo c’entri il ministro della Giustizia. A meno che il pover ’uomo non abbia voluto mostrarsi più zelante dei vari Cota e Zaia al servizio del Vaticano. Nel qual caso però avrebbe drammaticamente sbagliato bersaglio, visto che proprio sulla pedofilia la Chiesa sta compiendo un’ampia autocritica. Non vorremmo, insomma, che Ratzinger inviasse un’ispezione di Guardie svizzere ad Angelino Jolie per pregarlo di non essere più papista del Papa. In ogni caso, se è vero che questo genio è l’erede designato del Banana, c’è di che essere ottimisti. Viene in mente la frase di un famoso scrittore americano: “Da ragazzo mi spiegarono che, in democrazia, chiunque può diventare presidente. Comincio a temere che sia vero”.
Tendenza zero
Venerdì 2 aprile 2010 – Anno 2 – n° 103
Tendenza zero
E' un periodo di buone notizie, ne arrivano a carrettate. Ieri per esempio il Pompiere della Sera informava che Veltroni e D’Alema, un trust di cervelli, hanno raggiunto un accordo. Per ritirarsi dalla vita politica? No, magari: per “aprire al p re s i d e n z i a l i s m o ”. Mentre nelle sezioni del Pd si registrano i primi caroselli di giubilo e perfino qualche improvvisato Carnevale di Rio, specie nell’apprendere che il partito “ha il dovere di mettersi in gioco” nell’ambito del “cammino di svolta da intraprendere per indicare soluzioni vere agli italiani” allo scopo di “avviare una riflessione politica seria” senza dimenticare la “vocazione maggioritaria”, “il profilo riformista” (utilissimo per le foto segnaletiche), “l’apertura al confronto” e l’“abbassamento dei toni”, passiamo ai dettagli, che sono impagabili: nella riunione del coordinamento del partito, anziché interrogarsi su quisquilie come la perdita di 2 milioni di voti rispetto alle ultime Regionali, i due Attila del Pd hanno convenuto che – dice Max – “dobbiamo riflettere sul presidenzialismo” perché “un partito come il nostro non può avere una proposta sulla riforma dello Stato” (la stessa di Berlusconi, ça va sans dire); e che – aggiunge Uòlter – “non si possono solo dire dei no al presidenzialismo”, ergo si può “andare oltre la bozza Violante” (la nota boiata che vuole rafforzare i poteri del premier, oggi così smunto ed emaciato). Poteva mancare l’illuminato parere di Andrea Orlando, il visopallido che fa il responsabile Giustizia? No che non poteva: egli si dice convinto che sul presidenzialismo “si debba andare avanti” p e rch é “noi siamo all’opposizione e non dettiamo l’agenda, se il Pdl propone il presidenzialismo dobbiamo a t t re z z a rc i ”. Dire di no per far mancare i due terzi necessari al Ducetto per riformare la Costituzione in Parlamento e poi dare battaglia nel referendum per salvare la Costituzione, pare brutto. L’opposizione non deve opporsi, non sia mai. Orlando però riconosce che gli elettori potrebbero non capire. Non potendo al momento abolirli, questo gigante del pensiero propone di rassicurarli affiancando al presidenzialismo “una proposta sul conflitto d’i n t e re s s i ” perché “con un capo dello Stato con più poteri eletto direttamente dal popolo diventerebbe indispensabile una legge che regoli la materia”. In effetti Berlusconi eletto presidente dal popolo con cinque o sei televisioni pare eccessivo persino al Pd: ecco, magari gliene levano una e la sostituiscono con Youdem. Sempre che Lui sia d’accordo, s’intende, visto che la maggioranza ce l’ha Lui. Insomma, l’opposizione è lucida e, soprattutto in buone mani. Peccato che, come osserva l’acuto Caldarola sul Riformatorio, sia condizionata da due giornali, Repubblica e – bontà sua – Il Fatto, che avrebbero addirittura “lanciato un’Opa sul Pd” (diversamente da lui, che scrive contemporaneamente sul Riformatorio e sul Giornale). Il popolare Caldarrosta implora dunque il Pd di “smettere di ascoltarli”, ignorare i loro “suggerimenti suicidi” e “smettere di farsi dirigere da c o s t o ro ”, perché “con questi giornali il centrosinistra non vincerà mai”. L’idea che i giornali servano a dare notizie, analisi e commenti, e non a far vincere o perdere le elezioni a questo o quello, neppure lo sfiora. Né l’arguto commentatore spiega quando mai il Pd avrebbe seguito un suggerimento del Fatto . Gli sfugge pure un trascurabile dettaglio: avendo appena sei mesi di vita, Il Fatto anche volendo non può aver provocato le leggendarie disfatte del centrosinistra dell’ultimo quindicennio. Anche perché il centrosinistra riesce benissimo a perdere da solo. Ora però una domanda sorge spontanea: vista l’inarrestabile emorragia di voti (calcolata in milioni) che affligge il Pd e la più ridotta emorragia di lettori (computata in unità, anzi in decimali) che colpisce il Riformatorio, quale dei due soggetti raggiungerà per primo lo zero assoluto?
Tendenza zero
E' un periodo di buone notizie, ne arrivano a carrettate. Ieri per esempio il Pompiere della Sera informava che Veltroni e D’Alema, un trust di cervelli, hanno raggiunto un accordo. Per ritirarsi dalla vita politica? No, magari: per “aprire al p re s i d e n z i a l i s m o ”. Mentre nelle sezioni del Pd si registrano i primi caroselli di giubilo e perfino qualche improvvisato Carnevale di Rio, specie nell’apprendere che il partito “ha il dovere di mettersi in gioco” nell’ambito del “cammino di svolta da intraprendere per indicare soluzioni vere agli italiani” allo scopo di “avviare una riflessione politica seria” senza dimenticare la “vocazione maggioritaria”, “il profilo riformista” (utilissimo per le foto segnaletiche), “l’apertura al confronto” e l’“abbassamento dei toni”, passiamo ai dettagli, che sono impagabili: nella riunione del coordinamento del partito, anziché interrogarsi su quisquilie come la perdita di 2 milioni di voti rispetto alle ultime Regionali, i due Attila del Pd hanno convenuto che – dice Max – “dobbiamo riflettere sul presidenzialismo” perché “un partito come il nostro non può avere una proposta sulla riforma dello Stato” (la stessa di Berlusconi, ça va sans dire); e che – aggiunge Uòlter – “non si possono solo dire dei no al presidenzialismo”, ergo si può “andare oltre la bozza Violante” (la nota boiata che vuole rafforzare i poteri del premier, oggi così smunto ed emaciato). Poteva mancare l’illuminato parere di Andrea Orlando, il visopallido che fa il responsabile Giustizia? No che non poteva: egli si dice convinto che sul presidenzialismo “si debba andare avanti” p e rch é “noi siamo all’opposizione e non dettiamo l’agenda, se il Pdl propone il presidenzialismo dobbiamo a t t re z z a rc i ”. Dire di no per far mancare i due terzi necessari al Ducetto per riformare la Costituzione in Parlamento e poi dare battaglia nel referendum per salvare la Costituzione, pare brutto. L’opposizione non deve opporsi, non sia mai. Orlando però riconosce che gli elettori potrebbero non capire. Non potendo al momento abolirli, questo gigante del pensiero propone di rassicurarli affiancando al presidenzialismo “una proposta sul conflitto d’i n t e re s s i ” perché “con un capo dello Stato con più poteri eletto direttamente dal popolo diventerebbe indispensabile una legge che regoli la materia”. In effetti Berlusconi eletto presidente dal popolo con cinque o sei televisioni pare eccessivo persino al Pd: ecco, magari gliene levano una e la sostituiscono con Youdem. Sempre che Lui sia d’accordo, s’intende, visto che la maggioranza ce l’ha Lui. Insomma, l’opposizione è lucida e, soprattutto in buone mani. Peccato che, come osserva l’acuto Caldarola sul Riformatorio, sia condizionata da due giornali, Repubblica e – bontà sua – Il Fatto, che avrebbero addirittura “lanciato un’Opa sul Pd” (diversamente da lui, che scrive contemporaneamente sul Riformatorio e sul Giornale). Il popolare Caldarrosta implora dunque il Pd di “smettere di ascoltarli”, ignorare i loro “suggerimenti suicidi” e “smettere di farsi dirigere da c o s t o ro ”, perché “con questi giornali il centrosinistra non vincerà mai”. L’idea che i giornali servano a dare notizie, analisi e commenti, e non a far vincere o perdere le elezioni a questo o quello, neppure lo sfiora. Né l’arguto commentatore spiega quando mai il Pd avrebbe seguito un suggerimento del Fatto . Gli sfugge pure un trascurabile dettaglio: avendo appena sei mesi di vita, Il Fatto anche volendo non può aver provocato le leggendarie disfatte del centrosinistra dell’ultimo quindicennio. Anche perché il centrosinistra riesce benissimo a perdere da solo. Ora però una domanda sorge spontanea: vista l’inarrestabile emorragia di voti (calcolata in milioni) che affligge il Pd e la più ridotta emorragia di lettori (computata in unità, anzi in decimali) che colpisce il Riformatorio, quale dei due soggetti raggiungerà per primo lo zero assoluto?
Legittimo firmamento
Giovedì 1 aprile 2010 – Anno 2 – n° 102
Legittimo firmamento
Le leggi vergogna si dividono in due categorie: quelle che servono a B. e le altre. Riconoscerle è facilissimo: quelle che servono a B., cioè le più incostituzionali, Napolitano le firma all’istante; le altre, quelle un po’ meno incostituzionali, no. Così B. vince sempre e gl’italiani mai. Un anno fa il presidente anticipò addirittura al Consiglio dei ministri riunito d’urgenza che non avrebbe firmato il decreto contro Eluana, raro caso di legge vergogna che non riguardava B. Così il premier fece bella figura col Vaticano, il Quirinale fece bella figura con gli italiani, e la bottega di Arcore non subì danno alcuno. Ieri il capo dello Stato, a quattro anni dalla sua elezione, ha rispedito al mittente la sua prima legge: il ddl sul lavoro (Repubblica l’aveva anticipato il 15 marzo, subendo una furibonda e incredibile smentita del Quirinale). E non perché lo ritenga “palesemente incostituzionale”, come i corazzieri della penna sono soliti interpretare l’art. 74 della Costituzione per dar sempre ragione al presidente firmaiolo. Ma semplicemente perché non gli piace: parla di “estrema eterogeneità, complessità e problematicità di alcune disposizioni”. Dunque, come abbiamo sempre sostenuto, il Colle può respingere alle camere le leggi che non condivide. E, se non l’ha mai fatto fino a ieri, vuol dire che condivideva delizie come il mega-indulto esteso ai colletti bianchi (2006), il decreto Mastella per bruciare i dossier Telecom (2007), le leggi fiscale (2009) e il decreto salva-liste (2010). O almeno non le riteneva viziate da “p ro bl e m a t i c i t à ” alcuna. Il che è curioso, ma perfettamente legittimo. Purché non ci venga a raccontare che era obbligato a promulgarle perché “non manifestamente incostituzionali” o perché “se non le firmo la prima volta me le rimandano uguali e devo firmarle la seconda”. Ieri infatti il governo ha annunciato che “modificherà il ddl sul lavoro tenendo conto delle osservazioni del Quirinale”: prima di arrivare allo scontro frontale con Napolitano riscrivendo tale e quale una legge appena respinta, B. ci pensa due volte. Forse, se il presidente avesse respinto pure il lodo e/o lo scudo, oggi non avremmo un premier corruttore impunito né uno Stato che ricicla denaro sporco. A pensar male si fa peccato avesse dato un contentino ai critici respingendo una legge che non riguarda B., e ora si preparasse a promulgare tranquillamente quella molto più indecente che salva B. dai processi: il “legittimo impedimento” varato a metà marzo e ancora appeso al Quirinale causa elezioni. Perché questa non è solo una legge che può piacere o meno per motivi di eterogeneità, complessità e problematicità. E’ certamente e palesemente incostituzionale. Lo dicono presidenti emeriti della Consulta come Valerio Onida. Lo ammette l’onorevole difensore del premier Pietro Longo: “Il legittimo impedimento finisce alla Corte”. E l’ha già detto in due sentenze la Consulta. Nel 2001, pronunciandosi sugli impedimenti di Previti, affermò che “l’esigenza di celebrare i processi in tempi ragionevoli e quella di assicurare un corretto assolvimento dei compiti istituzionali hanno pari rango costituzionale” e spetta al giudice, non certo all’imputato, assicurare un giusto bilanciamento fra le due istanze. Nel 2008, fulminando il lodo, definì “irragionevole e sproporzionata” la “presunzione legale assoluta di legittimo impedimento” dovuta esclusivamente dalla carica ricoperta: gli impedimenti per le alte cariche valgono “solo per lo stretto necessario”, “senza alcun meccanismo automatico e generale”; e cassò la norma immunitaria fatta con legge ordinaria. Ora, il legittimo impedimento per il premier e i ministri è automatico per ben 18 mesi ed è stato imposto con legge ordinaria. Quindi ora Napolitano smentirà i malpensanti e, dopo la legge sul lavoro, boccerà a maggior ragione anche quello. O no?
Legittimo firmamento
Le leggi vergogna si dividono in due categorie: quelle che servono a B. e le altre. Riconoscerle è facilissimo: quelle che servono a B., cioè le più incostituzionali, Napolitano le firma all’istante; le altre, quelle un po’ meno incostituzionali, no. Così B. vince sempre e gl’italiani mai. Un anno fa il presidente anticipò addirittura al Consiglio dei ministri riunito d’urgenza che non avrebbe firmato il decreto contro Eluana, raro caso di legge vergogna che non riguardava B. Così il premier fece bella figura col Vaticano, il Quirinale fece bella figura con gli italiani, e la bottega di Arcore non subì danno alcuno. Ieri il capo dello Stato, a quattro anni dalla sua elezione, ha rispedito al mittente la sua prima legge: il ddl sul lavoro (Repubblica l’aveva anticipato il 15 marzo, subendo una furibonda e incredibile smentita del Quirinale). E non perché lo ritenga “palesemente incostituzionale”, come i corazzieri della penna sono soliti interpretare l’art. 74 della Costituzione per dar sempre ragione al presidente firmaiolo. Ma semplicemente perché non gli piace: parla di “estrema eterogeneità, complessità e problematicità di alcune disposizioni”. Dunque, come abbiamo sempre sostenuto, il Colle può respingere alle camere le leggi che non condivide. E, se non l’ha mai fatto fino a ieri, vuol dire che condivideva delizie come il mega-indulto esteso ai colletti bianchi (2006), il decreto Mastella per bruciare i dossier Telecom (2007), le leggi fiscale (2009) e il decreto salva-liste (2010). O almeno non le riteneva viziate da “p ro bl e m a t i c i t à ” alcuna. Il che è curioso, ma perfettamente legittimo. Purché non ci venga a raccontare che era obbligato a promulgarle perché “non manifestamente incostituzionali” o perché “se non le firmo la prima volta me le rimandano uguali e devo firmarle la seconda”. Ieri infatti il governo ha annunciato che “modificherà il ddl sul lavoro tenendo conto delle osservazioni del Quirinale”: prima di arrivare allo scontro frontale con Napolitano riscrivendo tale e quale una legge appena respinta, B. ci pensa due volte. Forse, se il presidente avesse respinto pure il lodo e/o lo scudo, oggi non avremmo un premier corruttore impunito né uno Stato che ricicla denaro sporco. A pensar male si fa peccato avesse dato un contentino ai critici respingendo una legge che non riguarda B., e ora si preparasse a promulgare tranquillamente quella molto più indecente che salva B. dai processi: il “legittimo impedimento” varato a metà marzo e ancora appeso al Quirinale causa elezioni. Perché questa non è solo una legge che può piacere o meno per motivi di eterogeneità, complessità e problematicità. E’ certamente e palesemente incostituzionale. Lo dicono presidenti emeriti della Consulta come Valerio Onida. Lo ammette l’onorevole difensore del premier Pietro Longo: “Il legittimo impedimento finisce alla Corte”. E l’ha già detto in due sentenze la Consulta. Nel 2001, pronunciandosi sugli impedimenti di Previti, affermò che “l’esigenza di celebrare i processi in tempi ragionevoli e quella di assicurare un corretto assolvimento dei compiti istituzionali hanno pari rango costituzionale” e spetta al giudice, non certo all’imputato, assicurare un giusto bilanciamento fra le due istanze. Nel 2008, fulminando il lodo, definì “irragionevole e sproporzionata” la “presunzione legale assoluta di legittimo impedimento” dovuta esclusivamente dalla carica ricoperta: gli impedimenti per le alte cariche valgono “solo per lo stretto necessario”, “senza alcun meccanismo automatico e generale”; e cassò la norma immunitaria fatta con legge ordinaria. Ora, il legittimo impedimento per il premier e i ministri è automatico per ben 18 mesi ed è stato imposto con legge ordinaria. Quindi ora Napolitano smentirà i malpensanti e, dopo la legge sul lavoro, boccerà a maggior ragione anche quello. O no?
In poche parole, un’altra Caporetto
Mercoledì 31 marzo 2010 – Anno 2 – n° 101
In poche parole, un’altra Caporetto
Mentre il Pdl di Menomalechesilvioc’è perde 8,5 punti in un anno e tocca il minimo storico, la Lega lo asfalta al nord e Fini può rivendicare i successi in Lazio e Calabria con i suoi Polverini e Scopelliti, soltanto il vertice del Pd poteva trasformare la débâcle berlusconiana in una Caporetto del centrosinistra fra l’altro, scambiata per una vittoria). Bersani, cioè D’Alema e i suoi boys (almeno quelli rimasti a piede libero), ce l’han messa tutta per perdere le elezioni più facili degli ultimi anni e, alla fine, possono dirsi soddisfatti. In Piemonte hanno candidato una signora arrogante e altezzosa, bypassando le primarie previste dallo statuto del Pd per evitare di dar lustro al più popolare Chiamparino e riuscendo nell’impresa di consegnare il Piemonte a tale Cota da Novara per solennizzare degnamente il 150° dell’Unità d’Italia. A Roma, la città del Papa, hanno subìto la candidatura dell’antipapista Bonino per mancanza di meglio (il meglio ce l’avevano, Zingaretti, ma l’hanno nascosto alla Provincia per evitare che, alla tenera età di 45 anni, prendesse troppo piede), poi l’han pure lasciata sola per tutta la campagna elettorale. In Campania, calpestando un’altra volta lo statuto, hanno sciorinato un signore che ha più processi che capelli in testa perché comunque era “un candidato forte”: infatti. In Calabria han ricicciato un giovin virgulto come Agazio Loiero, che quando ha perso come tutti prevedevano si è pure detto incredulo, quando gli sarebbe bastato guardarsi allo specchio. Non contenti, questi professionisti del fiasco, questi perditori da Oscar le hanno provate tutte per fumarsi anche la Puglia, candidando un certo Boccia che perderebbe anche contro un paracarro, ma alla fine hanno dovuto arrendersi agli elettori inferociti e concedere le primarie, vinte immancabilmente dal candidato sbagliato, cioè giusto. Hanno inseguito il mitico “c e n t ro ” dell’Udc, praticamente un centrino da tavola all’uncinetto, perché “guai a perdere il voto moderato”. Infatti gli elettori sono corsi a votare quanto di meno moderato si possa immaginare: oltre a Vendola, i tre partiti che parlano chiaro e si fanno capire, cioè Lega, Cinque Stelle e Di Pietro. Altri, quasi uno su due, sono rimasti a casa o han votato bianco/nullo, curiosamente poco arrapati dai pigolii del “maggior partito dell’opposizione” e dal suo leader, quello che “vado al Festival di Sanremo per stare con la gente” e “in altre parole, un’altra Italia”. Se, col peggiore governo della storia dell’umanità, l’astensionismo penalizza più l’opposizione che la maggioranza, un motivo ci dovrà pur essere. L’aveva già individuato Nanni Moretti nel lontano febbraio 2002, quando in piazza Navona urlò davanti al Politburo centrosinistro “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Sono gli stessi che sfilano in tutti i salotti televisivi, spiegando che la Lega vince perché “radicata nel territorio” (lo dicono dal 1988, mentre si radicano nelle terrazze romane o si occupano di casi urgentissimi come la morte di Pasolini) e alzando il ditino contro Grillo, che “ci ha fatto perdere” e “non l’avevamo calcolato”. Sono tre anni che Beppe riempie le piazze e li sfida su rifiuti zero, differenziata, no agli inceneritori e ai Tav mortiferi, energie rinnovabili, rete, acqua pubblica, liste pulite, e loro lo trattano da fascistaqualunquistagiustizialista. Bastava annettersi qualcuna delle sua battaglie, sganciandosi dal partito Calce & Martello e dando un’occhiata a Obama, e lui nemmeno avrebbe presentato le liste. Bastava candidare gente seria e normale, fuori dal solito lombrosario, come a Venezia dove il professor Orsoni è riuscito addirittura a rimpicciolire Brunetta. Ma quelli niente, encefalogramma piatto. Come dice Carlo Cipolla, diversamente dal mascalzone che danneggia gli altri per favorire se stesso, lo stupido danneggia sia gli altri sia se stesso. Ecco, ci siamo capiti. Ce n’è abbastanza per accompagnarli, con le buone o con le cattive, alle loro case (di riposo). Escano con le mani alzate e si arrendano. I loro elettori, ormai eroici ai limiti del martirio, gliene saranno eternamente grati.
In poche parole, un’altra Caporetto
Mentre il Pdl di Menomalechesilvioc’è perde 8,5 punti in un anno e tocca il minimo storico, la Lega lo asfalta al nord e Fini può rivendicare i successi in Lazio e Calabria con i suoi Polverini e Scopelliti, soltanto il vertice del Pd poteva trasformare la débâcle berlusconiana in una Caporetto del centrosinistra fra l’altro, scambiata per una vittoria). Bersani, cioè D’Alema e i suoi boys (almeno quelli rimasti a piede libero), ce l’han messa tutta per perdere le elezioni più facili degli ultimi anni e, alla fine, possono dirsi soddisfatti. In Piemonte hanno candidato una signora arrogante e altezzosa, bypassando le primarie previste dallo statuto del Pd per evitare di dar lustro al più popolare Chiamparino e riuscendo nell’impresa di consegnare il Piemonte a tale Cota da Novara per solennizzare degnamente il 150° dell’Unità d’Italia. A Roma, la città del Papa, hanno subìto la candidatura dell’antipapista Bonino per mancanza di meglio (il meglio ce l’avevano, Zingaretti, ma l’hanno nascosto alla Provincia per evitare che, alla tenera età di 45 anni, prendesse troppo piede), poi l’han pure lasciata sola per tutta la campagna elettorale. In Campania, calpestando un’altra volta lo statuto, hanno sciorinato un signore che ha più processi che capelli in testa perché comunque era “un candidato forte”: infatti. In Calabria han ricicciato un giovin virgulto come Agazio Loiero, che quando ha perso come tutti prevedevano si è pure detto incredulo, quando gli sarebbe bastato guardarsi allo specchio. Non contenti, questi professionisti del fiasco, questi perditori da Oscar le hanno provate tutte per fumarsi anche la Puglia, candidando un certo Boccia che perderebbe anche contro un paracarro, ma alla fine hanno dovuto arrendersi agli elettori inferociti e concedere le primarie, vinte immancabilmente dal candidato sbagliato, cioè giusto. Hanno inseguito il mitico “c e n t ro ” dell’Udc, praticamente un centrino da tavola all’uncinetto, perché “guai a perdere il voto moderato”. Infatti gli elettori sono corsi a votare quanto di meno moderato si possa immaginare: oltre a Vendola, i tre partiti che parlano chiaro e si fanno capire, cioè Lega, Cinque Stelle e Di Pietro. Altri, quasi uno su due, sono rimasti a casa o han votato bianco/nullo, curiosamente poco arrapati dai pigolii del “maggior partito dell’opposizione” e dal suo leader, quello che “vado al Festival di Sanremo per stare con la gente” e “in altre parole, un’altra Italia”. Se, col peggiore governo della storia dell’umanità, l’astensionismo penalizza più l’opposizione che la maggioranza, un motivo ci dovrà pur essere. L’aveva già individuato Nanni Moretti nel lontano febbraio 2002, quando in piazza Navona urlò davanti al Politburo centrosinistro “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Sono gli stessi che sfilano in tutti i salotti televisivi, spiegando che la Lega vince perché “radicata nel territorio” (lo dicono dal 1988, mentre si radicano nelle terrazze romane o si occupano di casi urgentissimi come la morte di Pasolini) e alzando il ditino contro Grillo, che “ci ha fatto perdere” e “non l’avevamo calcolato”. Sono tre anni che Beppe riempie le piazze e li sfida su rifiuti zero, differenziata, no agli inceneritori e ai Tav mortiferi, energie rinnovabili, rete, acqua pubblica, liste pulite, e loro lo trattano da fascistaqualunquistagiustizialista. Bastava annettersi qualcuna delle sua battaglie, sganciandosi dal partito Calce & Martello e dando un’occhiata a Obama, e lui nemmeno avrebbe presentato le liste. Bastava candidare gente seria e normale, fuori dal solito lombrosario, come a Venezia dove il professor Orsoni è riuscito addirittura a rimpicciolire Brunetta. Ma quelli niente, encefalogramma piatto. Come dice Carlo Cipolla, diversamente dal mascalzone che danneggia gli altri per favorire se stesso, lo stupido danneggia sia gli altri sia se stesso. Ecco, ci siamo capiti. Ce n’è abbastanza per accompagnarli, con le buone o con le cattive, alle loro case (di riposo). Escano con le mani alzate e si arrendano. I loro elettori, ormai eroici ai limiti del martirio, gliene saranno eternamente grati.
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