Carriole sediziose
Carriole sediziose
Mentre proseguono a tappeto le ricerche del noto terrorista latino Marco Fabio Quintiliano, latitante da 19 secoli dopo aver ispirato il Partito dell’Odio col suo invito a “odiare i mascalzoni” subito raccolto da Luttazzi e da due giovani grafici di Sky, la Digos ha inferto un altro duro colpo al terrorismo: il sequestro a L’Aquila di ben dieci carriole e la denuncia di un centinaio di terremotati sorpresi nientemeno che a rimuovere macerie dalle strade nel giorno delle elezioni. Il reato ipotizzato a carico dei facinorosi aquilani è la violazione della legge sul silenzio elettorale. L’ha comunicato il promotore della memorabile iniziativa, il prefetto Franco Gabrielli, già direttore del Sisde e amico intimo di Guido Bertolaso: “E’ evidente – ha detto Gabrielli dello smantellamento dei detriti – che si tratta di un evento di tipo politico e quindi, nel giorno del silenzio elettorale, non si poteva consentirne lo svolgimento. Per questo siamo stati costretti a far rispettare la legge con tutti i mezzi a disposizione”. Ben detto: quando ci vuole, ci vuole. Come si può consentire a un gruppo di cittadini, per giunta armati di pale e carriole e visibilmente travisati con mascherine bianche anti-polvere, di scendere in strada per liberarla dalle macerie che l’amico San Guido ha pensato bene di lasciare sul posto a un anno esatto dal terremoto? A furia di vedere quelle carriole, gli italiani avrebbero potuto addirittura dubitare del miracolo della Protezione civile. Non contenti – ha aggiunto Gabrielli, vibrante di sdegno – gli aquilani “hanno tenuto un’assemblea, anch’essa fuorilegge, dove hanno contestato la nostra azione, definendola intimidatoria”. E chissà mai quale legge eventualmente scampata al rogo di Calderoli proibisce ai cittadini di riunirsi in assemblea e di definire “intimidatoria” un’iniziativa intimidatoria di un prefetto e della Digos al seguito. Nelle stesse ore, il presidente del Consiglio violava platealmente per l’ennesima volta il silenzio elettorale, improvvisando il solito comizietto fuorilegge nel suo seggio, invitando a votare per lui e contro Di Pietro. L’aveva già fatto nel 1999, nel 2004 e nel 2006. Intanto i cosiddetti onorevoli Gasparri e La Russa associavano Di Pietro ai terroristi dei pacchi-bomba. Ma nessun prefetto s’è mai sognato di come nessun prefetto è mai intervenuto sui milioni di sms inviati nel 2006 da Palazzo Chigi per invitare gli italiani nel giorno del silenzio, a votare. Non contento delle 37 leggi ad personam che hanno legalizzato i suoi reati, il ducetto brianzolo ha creato un clima tale per cui le sue illegalità vengono bellamente ignorate dalle forze dell’ordine, mentre condotte assolutamente legittime, come contestare e criticare il governo, vengono criminalizzate e sanzionate senza che alcuna legge le proibisca. L’incredibile trattamento subìto dal vicequestore Genchi, sospeso tre volte in un anno dal capo della Polizia Antonio Manganelli per aver parlato troppo, mentre le decine di poliziotti violenti condannati per le sevizie del G8 di Genova restano tutti al loro posto, e in certi casi vengono addirittura promossi, è un altro segnale inquietante. Sappiamo bene che le forze dell’ordine sono popolate di decine di migliaia di fedeli servitori dello Stato che, malpagati e mortificati da continui tagli di organico e di risorse, seguitano a fare ogni giorno il proprio dovere. Ma quando gli ordini superiori stridono così clamorosamente con i princìpi di imparzialità e legalità, non resta che un’alternativa: o l’obbedienza a direttive ingiuste (dietro cui si confondono anche le minoranze deviate, ansiose di menare le mani) o l’obiezione di coscienza. Seguitare a far finta di nulla è sbagliato e pericoloso. Quando si manda la polizia a reprimere il dissenso, la democrazia se la passa maluccio. E chi trova normale quanto sta accadendo diventa complice del regime. Possibile che i partiti di opposizione non abbiano nulla da chiedere al ministro dell’Interno e al capo della Polizia?
Un tranquillo venerdì di regime
Domenica 28 marzo 2010 – Anno 2 – n° 99
Un tranquillo venerdì di regime
Ultime notizie dalla celebre democrazia del Bananistan. Venerdì pomeriggio, l’altroieri, Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio è atteso per le 14.30 negli studi di Sky, sulla via Salaria a Roma, per una lunga intervista in diretta a SkyTg24. Per strada, il solito spiegamento di uomini armati fino ai denti. Il corteo presidenziale, sobriamente formato da un furgoncino blindato, da tre auto e da una pattuglia motorizzata di carabinieri, attraversa il piazzale del palazzo murdochiano. Anche la vigilanza interna è mobilitata, casomai alle dipendenze del noto magnate bolscevico australiano si annidassero cellule sovversive. Infatti ne viene subito scoperta una, nel reparto grafici: sull’ampia vetrata dei loro uffici campeggia in bella (si fa per dire) vista un foglio bianco formato A4 (21 x 29 centimetri su una superficie di 4 metri per 4) con una scritta inequivocabile: una citazione dell’ultimo iscritto al Partito dell’Odio, tale Marco Fabio Quintiliano, classe 35 d.C., nativo di Calagurris Iulia Nasica (Spagna), che dai primi accertamenti non risulta schedato. La scritta recita testualmente (ci scusiamo con i minori eventualmente in lettura): “Odiare i mascalzoni è cosa nobile”. Trattasi della citazione recitata da un altro facinoroso, il noto Daniele Luttazzi, la sera precedente nella radunata sediziosa del Paladozza a Bologna. Alla parola “mascalzone”, il pensiero dei vigilantes corre immediatamente al premier. Pronta e scattante come non mai, la security Sky allerta la scorta presidenziale. Ed ecco due nerboruti agenti della Digos materializzarsi sul luogo del delitto. Sbarrano tutte le finestre che s’affacciano sul cortile, onde evitare sguardi indiscreti. Piombano dinanzi alla vetrata. Leggono la parola “mascalzone” e, anche per loro, l’associazione d’idee col presidente del Consiglio è automatica. Sequestrano il corpo del reato (il foglio A4 con l’orrenda scritta). Poi uno dei due, il più sveglio, si dirige verso il computer principale dell’ufficio, vi prende posto con fare minaccioso e inizia ad armeggiare sulla tastiera. Ma è ben presto costretto ad arrendersi dinanzi a un oggetto misterioso che inopinatamente sostituisce il tradizionale mouse: si chiama “tavoletta grafica”. Ai primi sintomi di un’ernia al cervello, l’agente intima a una ragazza seduta lì vicino di stampargli i file aperti di recente, nella certezza di smascherare immantinente gli autori del vile attentato cartaceo. Ma invano. Anche perché i due principali sospettati – peraltro rei confessi, in concorso con il Quintiliano di cui sopra - sono già stati tradotti all'ingresso dell’edificio. Qui altri agenti in assetto antisommossa chiedono loro i documenti per procedere all’identificazione e scortarli in questura. Soltanto il pronto intervento di un rappresentante legale dell’emittente ne scongiura il fermo. Ma la denuncia è scontata, il reato si troverà. Segue mail ufficiale dell’ufficio Risorse Umane dell’azienda, che rammenta a tutti i dipendenti quanto segue: “E’ legittimo avere opinioni politiche di qualunque tipo, ma non fare esternazioni nei relativi spazi”. Voci di corridoio giurano di aver udito gli agenti della Digos commentare che quanti lavorano a Sky sono tutti comunisti, come del resto il loro editore Murdoch, noto amico di Bush. Questa volta, contrariamente a quanto accaduto in occasione dei lanci di cavalletti e souvenir, la sicurezza presidenziale ha funzionato con perfetta efficienza e l’incolumità del premier è salva. Provvede poi lui a farsi del male da solo nell’intervista in studio, con le consuete litanie sul partito dell’amore e sul comunismo alle porte che mettono in fuga gli eventuali telespettatori all’ascolto, totalizzando alla fine un formidabile 0,3% di share (contro 2.5% di Raiperunanotte soltanto su Sky). Proseguono intanto, con posti di blocco e unità cinofile, le ricerche del capocellula, il succitato Quintiliano, resosi irreperibile.
Feltri e noi
Feltri e noi
Che Vittorio Feltri l’abbia fatta grossa è fuor di dubbio: ha spacciato una lettera anonima sulla presunta omosessualità di Dino Boffo per un’informativa di polizia agli atti del processo all’ex direttore di Av v e n i re . Dunque la sanzione che gli ha inflitto l’Ordine dei giornalisti, sospendendolo per sei mesi dalla professione, è un atto dovuto. I sei mesi assorbono i due ai quali è stato pure condannato per aver seguitato a pubblicare gli articoli di Renato Farina, il giornalista-spia al soldo dei servizi segreti che a sua volta è stato radiato dall’Ordine e ha patteggiato 6 mesi di reclusione per favoreggiamento nel sequestro di Abu Omar, dunque è stato promosso deputato. Ma questa seconda sanzione, pur dovuta finché esiste l’O rd i n e , riguarda la burocrazia dei giornalisti e non i lettori (chi scrive è convinto dell’inutilità degli ordini professionali all’italiana, ma questo è un altro discorso). La prima invece può diventare un utile argomento di dibattito pubblico, ma a un patto: che Feltri non diventi l’unico capro espiatorio per una colpa – la pubblicazione di notizie false – che non può essergli addossata in esclusiva. Intendiamoci: anche se davvero la polizia, esorbitando dai suoi compiti istituzionali, avesse compilato un’informativa sui gusti sessuali di un cittadino, Il Giornale avrebbe dovuto cestinarla: non basta che una notizia sia contenuta in un atto ufficiale per essere pubblicata. I giornali non sono discariche in cui riversare di tutto. E lo stesso vale per le intercettazioni: se un giudice, sbagliando, inserisce fra quelle depositate particolari privi di rilevanza pubblica e lesivi della privacy di una persona, il giornalista non li deve pubblicare. E, se li pubblica, la colpa è anche sua, non solo del magistrato (perciò Il Fatto non ha riportato i nastri su Angelo Balducci e i suoi amichetti). L’idea che i giornali debbano pubblicare tutto, acriticamente, è folle. Eppure la condanna di Feltri lascia un retrogusto amarognolo. Siamo certi che basti una sanzione esemplare per salvare l’anima all’Ordine dei giornalisti? Sono anni, specie da quando il bipolarismo all’italiana ha ridotto la libertà di stampa a guerra per ande fra destra e sinistra, che si pubblicano notizie false su tv e giornali, e nessuno paga mai. La sanzione a Feltri segnala una svolta dell’Ordine? E’ un monito a tutti i falsari della penna che, d’ora in poi, non ce ne sarà più per nessuno? O è una tantum destinata a restare tale? Nel primo caso, l’Ordine potrebbe persino recuperare una ragione di esistere. Nel secondo, tanto vale annullare la condanna di Feltri e tirare innanzi. Qualcuno pagherà mai per avere raccontato che il primo governo Berlusconi cadde per l’invito a comparire sulle tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza (in realtà crollò per merito di Bossi) e che il secondo governo Prodi cadde a causa dell’indagine di De Magistris su Mastella (in realtà Mastella lo rovesciò ol pretesto dell’indagine di S. Maria Capua Vetere poi convalidata dai giudici di Napoli)? Qualcuno pagherà mai per aver convinto milioni d’italiani (anche lettori di giornali “p ro gre s s i s t i ” o “indipendenti”) che Andreotti fu assolto per mafia, mentre fu miracolato dalla prescrizione per il reato “commesso fino al 1980”? Scoprire che prescrizione non è assoluzione solo quando il Tg1 scodinzolino dà per assolto il prescritto Mills è troppo comodo. Prima di Mills sono stati gabellati per assolti, dunque innocenti perseguitati, i dirigenti prescritti della Juventus accusati di doping e il sei volte prescritto Berlusconi. E quand’è che Minzolini farà un editoriale per rettificare l’ultimo, in cui sosteneva di non essere indagato a Trani? Se, dopo Feltri, l’Ordine intende fare sul serio, benissimo: si scrivano poche regole chiare e comprensibili, che consentano a chi sbaglia in buona fede di rimediare al suo errore, e su chi non lo fa cali pure la mannaia dell’Ordine. In caso contrario, molto meglio procedere all’autoscioglimento di un ente inutile, anzi dannoso.
Peggio il ricattato
Peggio il ricattato
Nell’inchiesta di Milano sulla fuga di notizie della famigerata telefonata Fassino-Consorte, c’è tutta la tragicommedia della politica italiana. Il leader del centrosinistra, nel luglio 2005, confabula al telefono con un chiacchierato assicuratore, tifando smodatamente per una scalata bancaria illegale a cui dovrebbe essere non solo estraneo, ma contrario (invece alterna il “noi” e il “vo i ”, confondendo i Ds e l’Unipol, e non fa una piega quando Consorte gl’illustra i trucchi adottati per controllare la maggioranza di Bnl senza lanciare l’Opa obbligatoria per legge). Il leader del centrodestra, mentre tuona ogni due per tre contro le intercettazioni, riceve in casa sua per Natale il nastro con quella di Fassino e Consorte, ne coglie al volo la portata ricattatoria e sputtanatoria in vista della campagna elettorale e promette a chi gliel’ha donato “l’eterna gratitudine della mia famiglia”. Una settimana dopo Il Giornale della sua famiglia riceve la bobina in pacco anonimo e la sbatte in prima pagina col titolo “A bb i a m o una banca?”. Fassino, che alla notizia di sue chiamate intercettate aveva detto di non aver nulla da temere e di pubblicarle pure, appena ne viene pubblicata una strilla al complotto: dimostrando così che aveva molto da temere, almeno sul piano politico-mediatico-morale, e che col suo tifo da stadio si era reso ricattabile e aveva messo in pericolo la sua coalizione. Anche senza prevedere che Consorte fosse ascoltato, nell’estate 2005 era arcinoto che il patron di Unipol si muoveva in festoso concerto con personaggini del calibro di Fiorani, Ricucci, Gnutti e Coppola, i furbetti del quartierino legati a filo doppio a Berlusconi. Senza contare che Consorte si avvaleva dei servigi del commercialista Zulli, socio di Tremonti. Insomma la destra sapeva benissimo ciò che faceva la sinistra. E se la sinistra non sapeva ciò che faceva la destra, peggio per lei: bastava leggere i giornali, che avevano ampiamente avvertito questi fresconi della compagnia con cui andavano a braccetto. L’uscita dell’intercettazione Fassino-Consorte sul Giornale a tre mesi dalle elezioni politiche costò all’Unione centinaia di migliaia di voti: a dicembre 2005 il Professore era avanti di 10 punti nei sondaggi sul Cavaliere; la notte del voto, il vantaggio si era assottigliato a uno zero virgola, anche grazie alle gesta telefoniche di Fassino e D’Alema. Ora si scopre che le bobine furono consegnate in anteprima al Cavaliere quand’erano ancora talmente segrete che la Procura non le aveva fatte neppure trascrivere. E finirono subito sul Giornale di Belpietro. Il quale fece benissimo a violare il segreto e a pubblicarle: i giornali sono lì apposta. Il fatto curioso è che oggi L i b e ro di Belpietro denunci con articoli-spia Antonio Massari, reo di aver raccontato sul Fatto le intercettazioni segrete di Trani, e ne invochi l’arresto. Che differenza c’è fra lo scoop del Fatto su Berlusconi e quello del Giornale su Fassino? Nessuna, a parte che Il Fatto pubblica tutte le notizie che trova, sulla destra e sulla sinistra. L i b e ro (si fa per dire) solo sulla sinistra. E a parte l’uso che di quegli scoop fanno i politici. Sul caso Ds-Unipol il Banana fece tutta la campagna elettorale del 2006, ben sapendo che gli scandali della sinistra danneggiano la sinistra, infatti recuperò 10 punti. Sul caso Agcom-Annozero la sinistra tace o balbetta, convinta che gli scandali di Berlusconi favoriscano Berlusconi. E sulla fuga di notizie del caso Unipol sia Bersani sia Fassino commentano: “Berlusconi non ama le intercettazioni legali, ma quelle illegali”. Solenne sciocchezza: erano legali anche quelle del caso Unipol. Fassino evoca la Telekom Serbia, che c’e n t ra come i cavoli a merenda: lì non c’erano intercettazioni, ma calunnie del truffatore Marini; nel caso Unipol c’erano le parole intercettate di Fassino, D’Alema e Latorre, che hanno irresponsabilmente esposto al discredito il centrosinistra, eppure sono ancora lì in prima fila, senza mai aver chiesto scusa. In un paese governato da ricattatori, chi si rende ricattabile è complice.
Zitto e mena
Zitto e mena
Lo so che è bizzarro, almeno in Italia. Ma chi scrive, fra guardie e ladri, ha sempre scelto le guardie, convinto che la magistratura e le forze dell’o rd i n e abbiano sempre ragione fino a prova contraria. Il guaio è che, sempre più spesso, dalle forze dell’o rd i n e giungono prove contrarie. I casi di detenuti o fermati massacrati di botte, morti in circostanze misteriose coperti di lividi, come i casi di contestatori prelevati e trascinati lontano da manifestazioni del centrodestra per aver osato contestare civilmente o sventolare cartelli critici, fanno temere che qualcosa di spiacevole stia accadendo fra i “tutori della legge”. E le reazioni prudenti, ai limiti della reticenza, dei vertici lasciano la sgradevole sensazione che non si tratti di casi isolati, delle solite mele marce. La sensazione diventa qualcosa di più concreto quando si legge che il capo della Polizia, Antonio Manganelli, vuole cacciare il vicequestore Gioacchino Genchi, esperto informatico al servizio di Procure e Tribunali, già consulente di Falcone e uomo-chiave nelle indagini sulle stragi del 1992. L’anno scorso Manganelli aveva sospeso Genchi per aver risposto su Facebook a un giornalista che gli dava del bugiardo; e l’aveva ri-sospeso per avere financo rilasciato un’intervista sul suo ruolo di consulente: condotte “lesive per il prestigio delle Istituzioni” e “nocive per l’immagine della Polizia”. Ora ha disposto la terza sospensione, che porterà automaticamente alla destituzione dopo 25 anni di onorato servizio (sempreché il Tar non accolga i ricorsi di Genchi), peraltro preannunciata dal settimanale berlusconiano Panora ma e sollecitata dall’apposito Gasparri (“Se il capo della Polizia Manganelli si avvalesse ancora di un personaggio del genere, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze…”). Senza dimenticare la violenta campagna scatenata da L i b e ro contro il pm romano Di Leo che ha affidato a Genchi una consulenza sulla truffa Fastweb-Di Girolamo, mentre la stessa Procura indaga su di lui (per iniziativa dall’indimenticabile Achille Toro). Stavolta il peccato mortale di Genchi è aver accettato di intervenire al congresso Idv, come se un poliziotto, per giunta sospeso, fosse un libero cittadino con libertà di parola. Curiosamente la sanzione gli è stata notificata un mese dopo il congresso, il 22 marzo, proprio un giorno prima che Genchi riprendesse servizio. E proprio mentre il Pdl cannoneggiava la Polizia per aver osato smentire il mirabolante dato sul milione di manifestanti in piazza San Giovanni: meglio non sollevare altre polemiche consentendo a Genchi di rientrare in servizio il 23 marzo. E pazienza se il vicequestore, per 25 anni, ha sempre ottenuto un punto in più del massimo nelle valutazioni di merito per le sue “eccezionali doti m o ra l i ” e le capacità operative. E pazienza se la Polizia non sospende nemmeno i suoi uomini condannati in primo grado per stupro e omicidio. E pazienza se tutti i poliziotti condannati in primo e/o secondo grado per le violenze e le torture alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001, o per le violenze dell’anno precedente sui no-global a Napoli sono rimasti in servizio, e in alcuni casi han fatto addirittura carriera. Vincenzo Canterini, condannato a 4 anni in primo grado per la mattanza alla Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a 2 anni in primo grado, è al vertice della Direzione Centrale Antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a 2 anni e 4 mesi per le sevizie a Bolzaneto e a 2 anni e 3 mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Evidentemente le loro condotte non erano “lesive per il prestigio delle Istituzioni” e la loro permanenza in servizio non è “nociva per l’immagine della Polizia”. Mica hanno scritto su Facebook o parlato a un congresso.
L’amorale della favola
Mercoledì 24 marzo 2010 – Anno 2 – n° 95
Fra qualche anno – ha detto Piercamillo Davigo in un recente incontro a Milano – gli storici tenteranno vanamente di comprendere la nostra epoca. Alla fine penseranno a una malattia, a un’epidemia”. Poi sfoglieranno le collezioni del Pompiere della Sera e capiranno molte cose, così come gli studiosi del consenso mussoliniano non possono prescindere dal ruolo avuto nel Ventennio dal quotidiano di via Solferino. Ieri il Pompiere ospitava un editoriale di Piero Ostellino dal titolo ghiotto e promettente: “Una democrazia un po’malata”. Finalmente!, avrà esclamato qualche temerario prima di addentrarsi nella prosa ostellinica: finalmente una denuncia forte e vibrante sugli ennesimi colpi assestati alla democrazia italiana dal ducetto brianzolo con gli ennesimi insulti alla magistratura, con i giuramenti fascistoidi di piazza San Giovanni, con i decreti per cambiare le regole elettorali in piena campagna elettorale, con le minacce e gli ostracismi alla libera stampa, con le nuove leggi incostituzionali annunciate per il dopo-voto. Invece nulla di tutto questo. Per il cosiddetto liberale Ostellino, “il male oscuro della nostra democrazia è una ‘malattia dell’anima’ degli italiani”. La corruzione che ci costa 70 miliardi di euro l’anno? L’evasione fiscale che ce ne costa 150? Il debito pubblico, risalito con questo governo ai livelli paurosi del compianto (soprattutto da lui) Bottino Craxi, che ci costa 70 miliardi annui di interessi passivi? Macché: le intercettazioni della magistratura e la difesa che ne ha fatto Di Pietro, reo di aver ricordato un’ovvietà, e cioè che “chi non ha nulla da nascondere, non le deve temere”. Ecco: Ostellino trova “inquietante che lo dica un parlamentare della Repubblica nata dalla resistenza a n t i fa s c i s t a ”, perché “è la stessa sindrome di cui sono morte le democrazie, in Italia, in Spagna, in Germania, nel Ventesimo secolo: si violano le libertà individuali per il bene comune si finisce con uccidere (sic, ndr) la d e m o c ra z i a ”. Non sapevamo che Mussolini, Franco e Hitler fossero saliti al potere a causa delle intercettazioni, ma se lo dice Ostellino dev’essere senz’altro vero. Lui ne è talmente convinto da non argomentare minimamente l’assioma, tant’è che passa subito a paragonare l’Italia di oggi alla “Germania comunista” dove “i cittadini erano preoccupati, e indignati, dell’intrusione delle intercettazioni telefoniche nella loro vita privata da parte della polizia politica (la Stasi)”. Ma l’Italia è molto peggio, perché qui “gran parte degli intellettuali, dei media, della classe politica, dei cittadini comuni è entusiasta dell’idea di sapere che cosa pensano e dicono al telefono ‘gli altri’”, infischiandosene della “violazione della vita privata, nonché dei suoi diritti, anche dell’inquisito, per non parlare di chi” non lo è, “in nome di una non meglio precisata Etica pubblica” (concetto a lui del tutto ignoto). Dove si annidino queste orde d’intellettuali, giornalisti e politici innamorati delle intercettazioni lo sa solo lui. A fine delirio, mentre già risuonano le sirene dell’ambulanza, Ostellino cita una raccomandazione di Popper: “E’ arrogante tentare di portare il paradiso sulla terra”. Inutile domandare al nostro vice-Popper che diavolo c’entrino il paradiso in terra, la Stasi, il comunismo, il fascismo, il nazismo, il franchismo con le intercettazioni regolarmente previste dal Codice di procedura vigente dal 1989 e legittimamente ordinate dai giudici per scoprire tangenti, mafie, truffe, abusi di potere. Cioè reati. Ma la parola “re a t o ” non è contemplata dal vocabolario ostellinico: l’idea che le intercettazioni vengano disposte perché si commettono molti delitti è esclusa a priori. Né lo sfiora quella davvero bizzarra che la libera stampa debba dare le notizie, come fa spesso inopinatamente anche il Corriere nelle pagine interne. Poi però in prima pagina stigmatizza il brutto vizio di informare. Nei giorni scorsi Ostellino ha rivelato che un giorno imprecisato un politico imprecisato “chiese la mia testa”. Fortunatamente, dopo vane ricerche, non fu trovata.
Un uomo colto. Sul fatto
Un uomo colto. Sul fatto.
L'acuto Pigi Battista ci spiega sul Pompiere della Sera come e qualmente la tv non abbia alcuna incidenza sul voto, visto che il centrodestra perde quando il centrosinistra controlla la Rai, e viceversa. Dimentica che il Banana controlla Mediaset sia quando vince sia quando perde, ma questi son dettagli. Ciò che soprattutto gli sfugge, a parte quell’altra quisquilia un tempo chiamata “conflitto d’interessi ”, è che il controllo delle tv serve al Banana per non far trapelare le notizie sgradite e confondere i contorni dei particolari più scomodi. Cioè per fare quel che fanno quotidianamente i Cerchiobattisti. Un esempio fra i tanti: il 2 marzo Marcello Dell’Utri annuncia il presunto ritrovamento di un capitolo inedito del romanzo “Petrolio ” di Pasolini e la sua imminente esibizione alla Mostra del Libro Antico di Milano. Per diffidare della fonte, basterebbe rammentare l’esaltazione dell’“eroe Mangano” o la bufala dei “diari di Mussolini” che il senatore-bibliofilo-pregiudicato va declamando in giro per l’Italia davanti a folle di nostalgici in delirio, anche se tutti gli storici li ritengono falsi. Invece tg e giornali abboccano voluttuosamente al “giallo del capitolo scomparso”, anzi – assicura Dell’Utri – “rubato dallo studio di Pasolini”: un testo “inquietante per l’Eni: parla di temi e problemi dell’Eni, con feroci accuse a Cefis, delle morti misteriose di Mattei, Pasolini e De Mauro. Materiale che scotta”. Una “scoperta clamorosa”, turibola Il Giornale. Sul Pompiere, Armando Torno, giornalista culturale vicino all’Opus Dei come Dell’Utri, incensa l’amico Marcello come “anima e cuore” della Mostra del Libro Antico e riporta altre sue mirabolanti anticipazioni: “Un privato, del quale non posso rivelare l’identità, ha messo a disposizione il capitolo inedito di ‘Petrolio ’. Sono 78 pagine su un totale di circa 200 e intitolate ‘Lampi sull’Eni’. Dopo una prima lettura posso dire che il capitolo parte dall’introvabile libro, subito misteriosamente sparito, firmato da Giorgio Steimetz ‘Questo è Cefis’. . .”. Dunque Dell’Utri l’ha avuto fra le mani per una prima lettura. Peccato che già 24 ore dopo ingrani la retromarcia: “La scoperta mi è stata annunciata da una persona che è sulle tracce del testo. Spero si faccia in tempo per la Mostra. Se il testo non dovesse materializzarsi, l’attendibilità verrebbe meno. Non ho ancora letto le carte, aspetto di vedere il dattiloscritto che mi è stato annunciato”. Dunque non solo non l’ha mai visto né letto lui, ma neppure il Mister X che l’avrebbe scovato. Il 9 marzo tutto sembra sfumare: “A questo punto credo che non faremo in tempo”. Ma due giorni dopo ecco la quarta versione, amorevolmente ripresa da Giornale e Libero : “Si tratta di sottili veline dattiloscritte, le ho avute in mano per alcuni minuti, ma ora non le abbiamo più in mano. Chi me le ha offerte si è spaventato per il clamore e si è tirato indietro, spero di riuscire a riagganciarlo. Ma il manoscritto esiste, l’ho visto e toccato anche se non l’ho sfogliato, pertanto non ne conosco il contenuto ”. Ma come: non aveva letto una sintesi con tanto di titolo, accuse feroci a Cefis e roba scottante sulle morti di Mattei, Pasolini e De Mauro? A questo punto, delle tre l’una. 1) Il capitolo è stato davvero rubato e il ladro o il ricettatore hanno pensato, chissà come mai, di rivolgersi proprio a Dell’Utri, nella certezza che non avrebbe chiamato i carabinieri. 2) Dell’Utri s’inventa di tutto pur di sviare l’attenzione dal suo processo a Palermo. 3) Dell’Utri è un noto collezionista di reati e, dopo la condanna definitiva per frode fiscale, quella prescritta per minacce gravi e quella in primo grado per mafia, tenta pure di accreditarsi come ricettatore. In tutti e tre i casi, in un paese dotato di un’informazione normale uno così non potrebbe più uscire di casa senza essere sommerso dai fischi, figurarsi entrare in Senato e concionare di libri antichi manco fosse Pico della Mirandola. In Italia, dove notoriamente la tv non conta nulla e l’informazione è libera, Dell’Utri passa per un tipo colto. Peraltro, sul fatto.